Erano costrette a lavorare dalla mattina alla sera senza mai alzare gli occhi dalla macchina da cucire. Due giovani donne cinesi di 26 e 32 anni sono state salvate dai carabinieri che venerdì sera hanno fatto irruzione in un’abitazione alla periferia della città, trasformata in un laboratorio clandestino di sartoria.
La titolare, M.C., un’altra cinese di 39 anni residente a Terni con regolare permesso di soggiorno, è stata invece arrestata con l’accusa di sfruttamento di manodopera clandestina e mancato versamento dei contributi previdenziali.
Le operaie, infatti, ricevevano stipendi da fame e tutti in nero.
Passavano l’intera giornata in un sottoscala e si fermavano solo per un breve spuntino. Poi di nuovo al lavoro fino a notte inoltrata.
Le indagini dei militari del nucleo investigativo e di quelli dell’ispettorato del lavoro sono ancora in corso.
Si tratta di capire se c’erano altre ragazze in quella fabbrica e se le dipendenti erano segregate in casa, senza possibilità di uscire.
La ditta si occupava del confezionamento di abiti che poi venivano venduti a prezzi molto competitivi, proprio grazie al costo irrisorio della manodopera.
Nel corso della perquisizione domiciliare i carabinieri, coordinati dal tenente colonnello Franco Davì, hanno trovato due cinesi: una in regola con il permesso di soggiorno e l’altra, di 32 anni, clandestina.
Quest’ultima è stata portata all’ufficio immigrazione della questura che ha poi provveduto a trasferirla al Centro di permanenza temporanea di Bologna, in attesa dell’espulsione.
La titolare del laboratorio è stata arrestata e processata per direttissima mentre la casa trasformata in sartoria è stata posta sotto sequestro.
All’operazione hanno preso parte anche gli ispettori dell’Asl e la polizia municipale.
Non è la prima volta che le forze di polizia s’imbattono in fabbriche lager gestite da imprenditori cinesi senza scrupoli.
Era capitato a novembre quando i militari del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza avevano scoperto un capannone artigianale abusivo a Penna in Teverina.
Gli operai schiavi arrivavano in paese stipati come sardine, a bordo di un furgoncino scassato e senza vetri.
Al momento del blitz, poco prima della mezzanotte, i finanzieri trovarono 15 operai a testa bassa sulle macchine da cucire e sui telai.
Alcuni di loro erano talmente presi dal lavoro da non rendersi conto di cosa stesse accadendo.
La titolare della sartoria fuorilegge fu arrestata mentre gli operai clandestini, tra cui alcune donne, furono rimpatriati.
Secondo gli inquirenti, i prodotti confezionati in queste piccole aziende abusive alimentano un business molto fiorente: non solo le catene di negozi “made in Cina”, ma anche attività commerciali gestite da italiani.
Anche su questo punto le indagini dei carabinieri sono ancora in corso.

Antonio Mosca dal Corriere dell'Umbria

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