"Mi tiro fuori dal discorso del Comune.
A disposizione per continuare a lavorare come coordinatore provinciale."
Poche battute da Leo Di Girolamo, colte in un attimo di pausa dei lavori del Senato.
La voce, mite come al solito, è più provata che in altre occasioni.
Di Girolamo, da un anno candidato in pectore per la successione di Raffaelli a Palazzo Spada, "si tira fuori" dalla corsa elettorale.
La decisione, in realtà, era stata già presa una settimana fa e comunicata ufficialmente al segretario comunale Giorgio Finocchio, ai vertici regionali del partito e allo stesso sindaco Raffaelli.
Poi la pressione fortissima di Raffaelli e di altri pezzi di partito, sembra soprattutto degli ex Dl, lo avevano indotto a prendersi un'altra settimana di riflessione.
Un'altra notte passata a pensarci su poi ieri mattina l'ufficializzazione del percorso ai suoi collaboratori più stretti: "Non mi candido".
Perché, senatore, ha deciso di tirarsi fuori dalla corsa per Palazzo Spada?
"Dobbiamo cercare a Terni soluzioni diverse dalla mia che possano rispondere meglio alla rivoluzione che è in atto a Terni, in Italia e nel mondo.
Se mi consente una battuta, c'è bisogno di un po' più di pepe, di più spinta."
Perché questa decisione non l'ha presa sei mesi fa?
"Perché la crisi mondiale ha subìto un'accelerazione nelle ultime settimane.
Terni, con le sue 17 multinazionali, è una delle città più esposte alla crisi mondiale in atto. Per questo mi sono interrogato su cosa è meglio per la città."
Qualcuno dice che lei si è ritirato perché sono iniziati ad emergere dubbi sulla sua candidatura all'interno del Pd.
"No, c'è sempre stato un consenso largo nel partito intorno alla mia candidatura."
É vero che il sondaggio commissionato dal Pd la dava perdente rispetto a Baldassarre?
"Non mi risultano sondaggi, nessuno ce l'ha tra le mani.
Questi sono strumenti che piacciono molto al centrodestra."
Altri dicono che lei ha gettato la spugna perché non è riuscito a chiudere la partita della Provincia che, secondo equilibri regionali, sarebbe dovuta andare a un ex Margherita.
Mentre Paparelli, ex Ds, è intenzionato a correre a tutti i costi.
"La partita per la Provincia è aperta, così come lo è per il Comune.
Ci sono le primarie aperte a tutta la coalizione del centrosinistra, sono lo strumento che ci siamo dati.
Sono uno strumento formidabile per selezionare la classe dirigente, basta vedere cosa è successo negli Stati Uniti.
Grazie alle primarie che hanno condotto alla scelta di Barak Obama milioni di americani dopo anni sono tornati al voto.
Anche a Terni le primarie devono servire a liberare le energie migliori e a mobilitare i cittadini; se si trasformano in una guerra all'arma bianca non aiutano nessuno."
Solo per Palazzo Spada e solo per il Pd sono pronti a correre Rossi, Pileri, Bufi e Brega.
"Anche Bologna ha cinque candidati.
Anche in altre città il Pd esprime più candidati."
Lei ha un suo candidato?
"Aspettiamo che si facciano avanti."
Lei, a quanto si dice, ha cercato di convincere Enrico Micheli a candidarsi.
É lui il suo candidato di spinta?
"Abbiamo parlato con Micheli per capire cosa pensasse.
L'incontro con lui è avvenuto all'interno di una riflessione più generale.
Se lui valuterà e rifletterà, ce lo farà sapere."
Lei resterà segretario provinciale del Pd fino allo svolgimento delle primarie oppure anche oltre?
"Resterò fino al congresso provinciale vero che dovrebbe tenersi a ottobre del 2009.
Mi impegno fin da ora a recuperare i ritardi che ci sono stati nei mesi scorsi.
Si andrà al completamento degli organi provinciali: l'integrazione dell'assemblea con le donne per arrivare all'equilibrio di genere; la segreteria; alcuni organi già completati verranno sottoposti al voto.
Fin da subito bisognerà varare il comitato organizzatore delle primarie.
Di lavoro da fare, come vede, ce n'è molto"
Giuseppe Magroni
dal Corriere dell'Umbria Venerdì 21 Novembre 2008

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