Sulla sua scrivania dell'ufficio parrocchiale nella chiesa di Sant'Antonio, pieno centro di Terni, tiene in bella vista i quotidiani specializzati che annunciano a titoli giganti il salvataggio dell'ippica da parte della Camera dei deputati.
Un emendamento alla legge finanziaria che destina importanti risorse a un comparto in pesante rosso per il calo delle scommesse.
Crisi che aveva portato nelle scorse settimane a scioperi che avevano bloccato le corse, anche quelle dei più importanti trofei ippici nazionali mettendo a repentaglio un importante comparto dello sport e insieme dell'economia verde.
Padre Danilo Reverberi, 51 anni, frate francescano, da due mesi titolare della parrocchia di Sant'Antonio dopo vent'anni trascorsi a Foligno, per salvare l'ippica nazionale aveva chiesto l'aiuto del cielo e, più in concreto, quello del governo Berlusc! oni.
In una lettera aperta pubblicata lo scorso primo novembre dal quotidiano "Libero" si era appellato al sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta
"da buon figlio di Francesco d'Assisi, innamorato del Creato e Patrono riconosciuto della moderna ecologia"per difender"quell'ippica sana, genuina che non appare mai in televisione… fatta di allenatori, artieri, semplice manovalanza, una realtà ancora incontaminata che si sveglia all'alba, quando ancora Fratello Sole non è ancora sorto all'orizzonte e fatica davvero, cercando di tenersi stretto quel posto di lavoro che rischia invece di perdere."
Una passione, quella per il trotto dei cavalli, cresciuta di pari passo con la fede. La prima volta che entrò in un ippodromo fu nel 1978, a Milano. Lui era ragioniere, aveva fatto il militare e già lavorava in banca. Fu un colpo di fulmine la passione per i cavalli e per le corse.
"Ero in malattia -racconta - e degli amici mi portarono all'ippodromo per distrarmi."
Una passione che crebbe di pari passo con quella per la religione.
"Mi resi conto - ricorda - che c'era una scala di valori al cui vertice stava il Signore e tutto il resto veniva dopo.
Non mi bastava più l'impegno del sabato in parrocchia, il volontariato."
Un cammino sacerdotale abbracciato attraverso l'ordine dei frati minori di Assisi perché
"l'impegno nei francescani mi dava un'idea di libertà, uno spazio più ampio.
Un sacerdote vive solo; i frati in comunità e qui condividono l'esperienza, vivono una vita di relazione fatta di vera comunione.
É questo il nostro modo di vivere l'evangelizzazione."
Via il lavoro in banca, gli amici per inseguire Dio. Ma non la passione per i cavalli. Quando si dice il destino: ad Assisi quando arrivò nel 1983 per i primi voti c'era l'allevamento di Sergio Carfagna, il più grande dell'Umbria.
"Con lui - ricorda padre Danilo - ho imparato a seguire tutto l'iter di preparazione del cavallo, dalla nascita alla doma.
Gli incroci li scegliamo insieme, i nomi li do io."
Quasi si sorprende che gli altri si stupiscano del suo amore per l'ippica: "
Chi non ama il cavallo? Il cavallo è l'immagine stessa dell'armonia.
Assomma leggerezza, potenza e libertà."
Ippica come tutela della natura che si ricongiunge al messaggio proto ambientalista di San Francesco "perché gli allevamenti sono una ricchezza della natura; sono strutture in armonia con il territorio.
Gli allevamenti sono barriere naturali contro la cementificazione. Sono cose che in Italia danno lavoro a sessantamila famiglie; un'economia pulita e reale, che nasce dalla terra, dall'agricoltura.
"E anche gli ippodromi sono fatti di persone, di famiglie che vanno in un luogo pulito a trascorrere una giornata di divertimento al! l'aria aperta e "se anche fanno piccole scommesse non c'è nulla di male."
Padre Danilo Reverberi è un frate anomalo: jeans, giubbetto verde alla moda, capelli tagliati con cura, fisico scattante di chi frequenta palestre, piscine e naturalmente cavalli.
Ma resta ed è soprattutto un prete che vede nell'ippica una metafora dell'evangelizzazione, dello stare insieme in comunione in un quadro di valori sani e su questo vuole improntare la sua missione pastorale nella sua nuova parrocchia di Sant'Antonio a Terni: "Bisogna ridare a questa chiesa - spiega - un volto più familiare, evangelico, meno istituzionale e clericale.
Bisogna ripensare la chiesa come un luogo in cui ognuno si senta a casa propria e metta a servizio degli altri i propri doni, i carismi che ha.
Un luogo dove incontrarsi, dove sconfiggere paure e diffidenze, in sostanza l'ignoranza. Ma prima bisogna conoscere se stessi perché se conosci te stesso non hai paura e ti puoi aprire agli altri.
L'altro non è qualcuno di cui diffidare ma un amico con cui fare un percorso insieme." Magari passeggiando a cavallo in un sentiero di campagna

Giuseppe Magroni
dal Corriere dell'Umbria Martedì 11 Novembre 2008

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