In gergo giuridico si parla di "immissione di possesso" di una quantità di beni immobili (molti dei quali a Terni) il cui valore, complessivamente, supera i 2,5 milioni di euro.
In parole povere, si tratta dell'avvenuto affidamento temporaneo allo Stato di tutto quanto sequestrato nel luglio scorso all'imprenditore siciliano Paolo Faraone, quarantatrenne palermitano trapiantato a Terni, accusato di favorire il riciclaggio di denaro sporco delle cosche mafiose in immobili e attività commerciali tra il secondo capoluogo dell'Umbria, Narni e Acquasparta.
Ieri, così, si è registrato un nuovo atto della vicenda giudiziaria che la scorsa estate portò all'arresto a Terni dell'imprenditore siculo.
Secondo la tesi dell'accusa, infatti, per investire il denaro illecito in Umbria, e nel Ternano in particolare, Cosa nostra si sarebbe rivolta a persone esterne all'organizzazione, professionisti ed esperti di gestione, tra cui proprio Faraone.
Il quale, peraltro, ha sempre professato la sua assoluta estraneità ai fatti contestatigli, tanto che il suo avvocato, Leonardo Capri, nei giorni immediatamente successivi all'arresto rilasciò una serie di dichiarazioni che in sostanza descrivevano il suo assistito come un normalissimo imprenditore che aveva deciso di investire, rischiando in proprio, in un territorio diverso da quello di cui era originario.
Intanto, comunque, i suoi beni sono passati sotto il controllo di una sorta di "curatore", in attesa che venga celebrato il processo.
In caso di condanna definitiva, a quanto prevede il codice, i beni verrebbero poi confiscati dallo Stato che ne potrebbe disporre a proprio piacimento, facendone ovviamente un uso mirato agli interessi della collettività.
Tornando all'indagine conclusa questa estate, secondo gli investigatori Salvatore Lo Cricchio, condannato per estorsione aggravata e continuata e ritenuto affiliato alla storica famiglia mafiosa dei Di Trapani, avrebbe affidato il denaro del clan proprio a Faraone, che avrebbe investito i capitali nel sud dell'Umbria.
All'alba dello scorso 25 luglio, così, i militari del Nucleo investigativo dei carabinieri di Terni, diretti dal tenente Marco Belladonna,che avevano affiancato gli uomini della Dia nelle indagini, sequestrarono un negozio di pelletteria del centro di Terni (peraltro chiuso da qualche mese), un magazzino, un supermercato nella zona di San Valentino, un'intera palazzina e un magazzino ad Acquasparta, in corso Umberto Primo, un ristorante di Narni, limitatamente però alla licenza commerciale visto che Faraone lo aveva dato a sua volta in gestione.
Il valore dei beni sequestrati oscillava solo per Terni intorno al milione e 700mila euro, che salivano ad oltre i 2 milioni e mezzo considerando anche altri beni ai quali erano posti i sigilli nel Palermitano ad altri soggetti.
Per quanto riguarda Faraone, l'accusa contestata è stata quella di intestazione fittizia di beni e trasferimento fraudolento e aggravato di valori al fine di agevolare Cosa Nostra, in concorso con altri due indagati.
L'uomo, incensurato, ha una cugina che ha sposato il nipote di Salvatore Lo Piccolo, l'erede di Bernardo Provenzano, arrestato di recente.
Secondo i carabinieri l'imprenditore era una sorta di fiduciario su Terni del mandamento mafioso di Resuttana e San Lorenzo, i territori dei comuni di Cinisi e Terrasini, controllati dallo stesso Lo Piccolo, da Nino Madonia e Nicolò Di Trapani, a capo di storiche e potenti famiglie di Cosa Nostra
Giorgio Palenga












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