Piccole imprese con l'acqua alla gola

È l'effetto domino che si sta facendo sentire nella galassia della piccola imprenditoria ternana: la crisi sta toccando in maniera molto forte ed a fondo le microimprese, quelli che "sfuggono" al controllo dei sindacati e delle associazioni di categoria e spesso non entrano neanche nei numeri ufficiali.
"a volte ci chiamano perché non sono in grado di avanzare le domande per la cassa integrazione - spiega Alessandro Rampiconi, responsabile della piccola impresa per la Fiom - e spesso fanno capire che davanti al perdurare di difficoltà potrebbero anche chiudere."
Rampiconi porta anche l'esempio di un'azienda di Montecastrilli, otto dipendenti nella metalmeccanica, il cui proprietario si è dato come termine ultimo il 31 dicembre: se per quella data non ci sarà un'inversione di tendenza allora cambierà semplicemente mestiere.
Intanto, la Camera di Commercio ha attestato che le imprese che hanno chiuso i battenti nella provincia di Terni sono calate, complessivamente, di 27 unità, un numero quasi fisiologico ma che interessa soprattutto le piccolissime imprese, quelle che stanno combattendo i colpi di coda della crisi.
"Confermo questa tendenza - sostiene Fausto Fucili, imprenditore ternano e responsabile della Pmi Umbria, che raccoglie piccole e medie imprese - è un'azione negativa che si sta sviluppando attraverso le restrizioni al credito che poi viene scaricato a valle, sui fornitori."
Fucili spiega che le piccole aziende si legano quasi inconsapevolmente a due, tre grandi clienti. Basta che anche uno di loro rallenti i pagamenti perché tutto diventi, per i piccoli, complicatissimo:
"D'altra parte qui c'è la concezione di identificare il proprio fornitore non come un partner ma soltanto come qualcuno su cui scaricare le proprie difficoltà finanziarie."
Ed in quelle situazioni le imprese difficilmente possono reggere. Spiega Marco Mercuri, dirigente della Banca delle Marche:
"Ahimé, il peggio deve ancora arrivare per le piccole imprese, mentre le grandi qualche spiraglio di ripresa lo incominciano a vedere frutto di qualche buon ordine.
Ordini che mancano anche se soprattutto manca complessivamente una cultura d'impresa che non guarda attentamente al domani."
Tra l'altro la microimprenditoria aveva meglio di quella grande risposto ai primi momenti della crisi: pochi dipendenti, meno appesantimenti finanziari, più flessibilità.
E per certi versi qualche imprenditore ha anche creduto di passare indenne.
"Qualche volta manca la voglia dell'innovazione - è l'opinione di Fucili - ed anche quella di guardare avanti.
Ma ora è il momento della solidarietà."
Però a calare di più sono soprattutto le imprese metalmeccaniche: complessivamente, ne sono sparite 32, con un saldo occupazionale negativo di almeno di 100 lavoratori.
E questo soltanto nella prima metà dell'anno.
"La tendenza sembra crescere - continua Fucili - noi siamo pronti a dare il nostro contributo di conoscenza e di aiuto agli imprenditori."
Un atteggiamento di collaborazione che si nota anche alla Confapi, anche se non rilasciano dichiarazioni.
"Dobbiamo per forza entrare in maniera competa in un mondo che non è sindacalizzato e che lascia i propri lavoratori senza attenzioni"
, conclude Rampiconi.
Anche per evitare il ripetersi del caso dell'azienda di materie plastiche del polo di San Liberato di Narni che ha improvvisamente chiuso: i dodici dipendenti sono "emersi" nella loro difficoltà quando sono andati a chiedere aiuto ai Servizi Sociali perché non sapevano come pagare le bollette della corrente.
di Marcello Guerrieri
Il Messaggero Lunedì 6 Luglio 2009

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