La storia dell'Umbria è ricca di figure di prestigio e di personaggi famosi che hanno segnato tappe importanti lungo il percorso di sviluppo culturale e sociale della regione, in diversi campi di attività.
Il passaggio dalla economia rurale a quella industriale caratterizza una fase di grande trasformazione dalla quale sono derivati mutamenti negli usi, nei costumi e nelle condizioni di vita.
Terni, durante la seconda metà del XIX secolo, è stata interessata da un capovolgente processo di mutamento, in conseguenza del sorgere, nel suo territorio, di nuove aziende di grandi dimensioni. Su tutte, s'impose l'industria dell'acciaio. E su tutti i protagonisti di quella iniziale vicenda, svettano, Vincenzo Stefano Breda e Benedetto Brin.
Uomini di ingegno e di coraggio, immortalati da tempo persino nella toponomastica di Terni. Il Viale Brin collega il centro della città alle Acciaierie e Viale Breda, dalla parte opposta, corre lungo il muro di cinta dello stabilimento siderurgico.
É una sorta di abbraccio ideale alla fabbrica, a perenne memoria del loro operato.
Una memoria che però s'è sbiadita nella conoscenza degli umbri e dei ternani ed invece andrebbe coltivata persino nell'insegnamento scolastico, perché fa parte del vissuto di molte generazioni che alla fabbrica hanno legato i propri destini.
Breda e Brin sono i "padri fondatori" di un new deal sul quale è stato costruito il progresso civile, la struttura urbanistica della città, il "modo di pensare e sentire" dei suoi abitanti.
Sono loro, il loro spirito di iniziativa che hanno fatto di Terni una delle aree a più antica industrializzazione del Paese. Che ha orientato la comunità lungo il percorso del suo divenire, l'altalena del benessere, i grovigli tra andamento aziendale ed occupazione. Nel bene e nel meno bene. A quel meno bene, Terni ha pagato un prezzo talvolta molto alto. Come al tempo della seconda guerra mondiale, martoriata come fu dagli aerei che cercavano, oltre che terrorizzare la popolazione, di arrecare danno allo stabilimento, impegnato in produzioni belliche.
Prezzo pagato prima e per diverse generazioni, con un modo di essere lavoratori che richiedeva di vendere l'anima all'inferno di ferro e di fuoco che è stata l'Acciaieria.
C'è un film, girato negli anni '30 del 1900, che documenta la grande pena di chi ci travagliava l'esistenza. E c'è la tutela quasi impossibile di quel tribolare, tentata da iniziative di stampa locale. Qualcuno di quei giornali aveva la testata ch'era quasi un programma: Il Martello, Il Maglio, Il Maglietto, la Turbina, Il Risveglio Operaio, La Riscossa, La Battaglia, La Sommossa.
É l'epoca, intorno al 1886, quando Il Messaggero apre proprio a Terni la sua prima redazione di periferia, evidentemente per l'interesse suscitato dai nuovi problemi conseguenti lo sconvolgimento sociale, gli squilibri negativi dell'incremento demografico, i problemi di vivibilità conseguenti l'usurante lavoro in fabbrica.
Quando ancora la "forza lavoro" era considerata (lo fu per molto) uno dei fattori della produzione e l'operaio siderurgico usato con meno riguardo delle macchine (assai costose).
Per cui, quando il suo consumo (dell'operaio) diventava invalidante e lui non più idoneo alla improba fatica, lo si mandava a casa disoccupato, quasi fosse un fatto naturale.
Niente più salute, niente più lavoro.
Ci portarono, un giorno di maggio del 1897, in gita scolastica, alle Acciaierie, gli studenti di un Collegio, i quali scrivevano su "Il Convitto di Terni" (mensile fondato da Luigi Lanzi).
Le loro impressioni le tradussero così :
"Dal convertitore di Bessemer, tale è il nome del congegno infernale, insieme alla fiamma, esce come il soffio di un vento impetuoso, un rumore cupo ed assordante.
I capi operai chiamano d'intorno, con una specie di lamento, i loro manovali, e su, nel ponte, accanto al mostro che vomita fiamme, altri operai compariscono e scompariscono come ombre!."
"Cittadini! Questa notte, a Ponte di Brenta, presso Padova, spegnevasi il Comm. Vincenzo Stefano Breda, Senatore del Regno, Presidente della Società degli Altiforni, Fonderie e Acciaierie di Terni."
Così il Comune, sui manifesti a lutto, dette il "triste annuncio" della scomparsa del
"Benemerito (…) che aveva procurato alla città la più gran parte dello sviluppo e del benessere economico."
Il "benemerito" era morto il 4 gennaio 1903, vicino Padova, dove era nato il 30 aprile 1835. Laureatosi in ingegneria, Stefano Breda diventa presto imprenditore. Mette a punto un progetto pionieristico per l'intervento dello Stato nel settore strategico degli armamenti, finalizzato ad una moderna organizzazione dell'esercito italiano.
É Deputato, poi Senatore. Nel 1872, fonda la "Società veneta per imprese e costruzioni pubbliche." A Roma, costruisce il Ministero delle Finanze, a Venezia, Napoli e Padova gli acquedotti. Siamo nel 1884 e una parte significativa del destino futuro di Terni si compie. Stefano Breda – in accordo con Benedetto Brin – crea la S.a.f.f.a.t., rilevando la fonderia di Cassian Bon. Cassian Bon, chi era costui? é il terzo ingegnere della "trilogia". É belga di origine (nato a Liegi, il 13 ottobre 1842), arriva a Terni nel 1879, dove acquista una fonderia, da qualche anno non più in attività.
S'intende di acquedotti e perciò la trasforma in un impianto per la produzione di tubi. Ha già diretto, a Roma, i lavori dell'acquedotto dell'Acqua Marcia, inaugurato da Pio Ix° nel 1870. Al Ministero arriva la proposta di impiantare nel ternano una fabbrica siderurgica al servizio della Marina.
É così che la fonderia di Cassian Bon (c'è una strada, in città, pure per lui) – grazie all'intesa con Brin e Breda (le tre b scritte in maiuscolo nella cronistoria industriale di Terni) – assume la ragione sociale di S.a.f.f.a.t.
Per diventare, quasi un secolo dopo, per molti anni, "Soc. Terni" ed oggi "A.S.T – Thyssen Krupp". All'epoca, la "conca" ternana è considerata luogo ideale per la localizzazione di una metallurgia d'avanguardia a scopi militari.
Ed anche centro propulsore di un piano nazionale di industrializzazione. L'intraprendenza e la tenacia di Stefano Breda fanno il resto. Pur se le vicende di questo antico capitano d'industria furono alterne e travagliate da problemi finanziari che lo videro perdere e riconquistare la presidenza dell'azienda.
Per mettere in piedi la fabbrica con la nuova ragione sociale, vennero impiegati 56 milioni di lire.
L'importante complesso di impianti comprendeva, tra l'altro, due forni fusori (Martin – Siemens e Bessemer), due laminatoi ed un maglio gigantesco, che fecero della S.a.f.f.a.t. "un apparato industriale di rilievo nazionale ed internazionale."
Non sono umbri Stefano Breda e Cassian Bon e non lo è neppure il loro quasi coetaneo Benedetto Brin. Nasce a Torino il 17 maggio 1833. Ingegnere anch'egli, lavora all'inizio nel Regio Cantiere di Genova. É competente e preparato. L'Autorità militare gli affida la progettazione di una nave da battaglia. Ha successo e, dopo qualche tempo, diventa Ministro della Marina. Lo sarà per molti anni (1876 – 78; 1884 – 91; 1896 – 98), nei Governi De Pretis, Crispi, Giolitti e Di Rudinì. I biografi lo considerano "il rinnovatore della marina militare" ed egli porta la flotta italiana al terzo posto tra le marinerie mondiali.
Nell'ottobre 1881, da una sua idea, viene fondata l'Accademia Navale di Livorno. In Via dei Santi Apostoli, a Roma, il nome di Benedetto Brin è immortalato, in una targa marmorea, come
"architetto nautico di altissima fama, artefice sommo di nostre maggiori navi da guerra (…) pensò e volle, per primo, Italia munita di cantieri, di officine, di forze."
Le sue corazzate Duilio e Dandolo misero in allarme persino la poderosa Royal Navy di Sua Maestà britannica. Dunque, siamo intorno alla fine degli anni '70 dell'800, un ingegnere navale è a Terni (Breda) ed un altro a Roma (Brin).
Poi c'è Cassian Bon, mandato dal Vescovo di Perugia Monsignor Pecci (belga quanto lui), a studiare il sistema fluviale della conca ternana.
Credono, tutti e tre, nel futuro della siderurgia per la costruzione di navi e nella forza motrice dell'acqua. Il Ministro ha potere, gli altri una fonderia. Sono gli ingredienti utili ad avviare una impresa industriale ardita per quell'epoca. Così come ardite furono molte delle decisioni adottate da Benedetto Brin nella sua veste di uomo di Governo.
Decisioni che lo esposero a critiche severe durante l'ultimo decennio del secolo. Morì a Roma, il 24 maggio 1898. Ce n'è un altro di "interprete", da non dimenticare, in questa rappresentazione (i cinematografari americani lo chiamerebbero co-starring).
E c'è un altro riconoscente "viale", per lui, in città. Si chiama Luigi Campofregoso, è genovese e Ufficiale di Stato Maggiore. Arriva a Terni, nel 1871. Cerca una località strategica, lontana cioè dal confine di terra e di mare, per impiantarvi una industria nazionale di armamenti.
Si convince che la "Val ternana" sia il luogo ideale e lo "raccomanda vivamente" al Ministro della guerra Cesare Ricotti. Per sostenere, in maniera convincente, la sua tesi, ci scrive due libri : "Il campo trincerato di Terni…" (1871) e "Sulla straordinaria importanza della Val Ternana" (1872).
Dove erano disponibili straordinarie risorse energetiche di natura idraulica. Bastava costruire un canale per procurarsi l'elettricità necessaria : il Canale Nerino (figlio del Nera).
Quando lo inaugurarono, "L'Unione Liberale", gazzetta locale di idee liberal – progressiste, scrisse (marzo 1884): "Il momento in cui giunse l'acqua spumosa e veemente, fu di qualche emozione. Quando poi, superate le dighe, si precipitò nelle turbine e fece muovere, da prima lenta, dopo vertiginosa, la immensa ruota che mette in movimento tutte le macchine del vasto stabilimento, sorse, spontaneo e generale, un battimano ed un evviva."Certo, l'importanza del canale, lungo 3.700 metri, era data dalla sua capacità di generare"300 cavalli circa, rendendone disponibili altri 200, prima del ritorno nel fiume."
Tutto ciò al servizio della nuova Fabbrica d'Armi, iniziata a costruire nel 1875. Ci vollero diversi anni per metterla in funzione, un periodo, durante il quale, contribuì ad accrescere di molto la popolazione di Terni, con centinaia di "immigrati", e dopo, ad incrementare lo sviluppo fondato sul ferro (e sul fuoco).
Talché, "Il Topino, Giornale di Foligno", il mutamento d'allora (1887) lo sintetizzò nel modo seguente :
"Terni è l'opposto delle altre città umbre. Appena scendi alla stazione ferroviaria, quel via vai di passeggeri, che parlano tutte le lingue, i facchini che caricano e scaricano merci, quel trambusto vi fa venire il dubbio d'essere in qualche operosa città d'Inghilterra, anziché in un paese umbro."
Si, il trambusto aveva avviato il futuro. Poi venne la chimica e le centrali elettriche. E la civiltà contadina, prima trascorsa quale fattore essenziale di un vivere povero, però vicino alla natura, volse verso il tramonto. Con un modo di lavorare scandito, non più dalle albe e dai tramonti, ma dalle sirene delle fabbriche: la voce del padrone.
di Adriano Marinensi
Il Messaggero Mercoledì 9 Settembre 2009

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