C'era una volta il patto per il Magnetico

Dopo cinque anni, s'è perso pure il nome. Patto, accordo, protocollo, programma. Di territorio, di o per lo sviluppo, o semplicemente "quello del Magnetico". Una cosa è certa: quelle promesse sono rimaste sulla carta. Chi lo ha firmato non si è neanche mai rivisto per verificare a che punto fossero gli impegni presi.
Era l'agosto del 2005.
"La mobilitazione era stata al massimo livello – ricorda Enrico Micheli - per dimostrare che Terni non era la periferia dell'impero."
L'accordo quadro che ratificava la chiusura del reparto Magnetico dell'acciaieria era stato firmato in febbraio. Poi in estate quattro Ministeri, Presidenza del Consiglio, Anas, Ferrovie, istituzioni locali, sindacati e ThyssenKrupp Ast siglavano un altro patto. La multinazionale tedesca garantiva di mantenere l'occupazione e s'impegnava ad investire. Dall'altra parte, una sfilza di promesse: superstrada, ferrovia e Università. C'era anche l'energia: gli sconti sulla bolletta e altri 400 Megawatt, poi quella partita ha preso tutt'altra strada: la multa europea e la centralina interna da 94 Megawatt rimandata a chissà quando.
e tutto il resto? "Se fossimo a Roma, diremmo "una sola
" – dice il presidente regionale di Confindustria, Umbro Bernardini – nessuno c'ha lavorato: tutti abbiamo responsabilità."
Nell'accordo c'era il completamento della superstrada Orte–Civitavecchia, ferma ancora a Tuscania. C'era il raddoppio della Orte–Falconara: vedi sopra. C'erano le agevolazioni per nuove industrie, è stata coinvolta Sviluppumbria, e uno dei progetti di rilancio era Ansaldo fuel cell, quello che ha chiuso i battenti qualche settimana fa. Ah, c'era l'Università:
"Ministero e Università di Perugia... s'impegnano all'istituzione del polo didattico e scientifico di Terni... per il suo consolidamento, il Ministero mette a disposizione 2 milioni di euro nel triennio 2005-2007."
Nel 2007 la Cisl ha fatto una verifica, al capitolo Università, nella relazione c'è scritto:
"Rispetto agli impegni, necessitano 2 milioni di euro."
Oggi i destini del polo sono appesi alla generosità del Ministro Gelmini, che dovrebbe concedere una proroga di salvataggio: il corso di Ingegneria dei materiali è in bilico.
"L'accordo è abbandonato nel cassetto e ora rischiamo di perdere quel poco che era stato conquistato, vedi l'Università"
, chiosa il segretario della Fismic, Giovacchino Olimpieri. Era stata avviata una collaborazione con il Centro sviluppo dei Materiali: ricercatori al lavoro a Viale Brin per studiare innovazioni di processo e prodotto. Cinque anni dopo, gli investimenti per quel progetto sono stati ridotti a un quarto rispetto al 2005. Ma il documento chiedeva pure impegni ad Ast: investimenti per il 45 per cento degli ammortamenti degli impianti. Probabilmente questa è l'unica promessa mantenuta: il gigante tedesco ha investito quasi 500 milioni di euro. L'accordo diceva pure 700 mila tonnellate di laminati a freddo nel 2008, e poi un volume complessivo di un milione e mezzo di tonnellate di acciaio, ma a quei numeri viale Brin non è mai arrivato. Come pure non si guarda oltre la linea dei 3mila addetti. Doveva essere mantenuta e rilanciata Titania, oggi ridotta a un reparto di Ast. Certo, non era stata messa in conto la crisi internazionale.
Tutto sommato, viene fuori un'ovvietà: quando si tratta di rispettare gli impegni, i tedeschi sono più bravi degli italiani. Quei tedeschi, va ricordato, che dagli italiani comprarono l'acciaieria nel '94 con le "privatizzazioni" per soli 640 miliardi di lire:
"L'Europa aveva dato un diktat – ricorda Enrico Micheli, allora direttore dell'Iri – vendevamo con la pistola alla tempia, dalla gara usciva vincitrice la cordata metà italiana e metà tedesca: c'erano i grossi "acciaieri", tranne Lucchini di Brescia, appoggiato dalla Lega, che era l'alternativa. Vedendo dov'è oggi "la Terni", la scelta s'è rivelata giusta... certo gli italiani, quelli che poi hanno lasciato, in breve tempo hanno guadagnato tanto."
Sedici anni fa. E pare trascorso un secolo.
"Oggi la situazione è delicatissima – ammette il segretario ternano della Fim, Celestino Tasso - sindacati, associazioni di categoria, istituzioni e Governo devono far chiarezza: Terni è patrimonio del Paese."
Nell'ultima riunione delle Rsu di Ast – dopo l'ultimatum di Harald Espenhahn che non vuole chiudere in perdita il terzo anno di fila - s'è deciso di coinvolgere le segreterie nazionali.
"Il patto di territorio è lì, serve a poco cercare il colpevole – dice la segretaria della Cgil di Terni, Lucia Rossi – riattiviamo subito il tavolo territoriale sulla crisi, siamo in credito con il Governo sui fondi per la reindustrializzazione."
"Abbiamo perso un'occasione, ma ora guai a non remare tutti insieme – sottolinea il segretario di Terni della Cisl, Faliero Chiappini – serve un'azione di sistema e ricostruire un accordo con il Governo, ricordando il 2005"
"Coinvolgere le istituzioni locali non può essere un alibi per quelle locali – rimarca Daniele Francescangeli (Ugl) – possiamo andare a Roma e a Bruxelles per discutere ad esempio della difesa del mercato europeo dell'inox, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte."
L'importante sarà non ritrovarsi tra altri cinque anni a fare la lista delle promesse mancate.

Il Messaggero Venerdì 28 Maggio 2010

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