Terni. C'era una volta la città "immaginata". Era bellissima. Addirittura, e lo dicevano amministratori, non solo uno, di primo piano, era "avanti, tanto avanti". Abbassando l'asticella del senso del ridicolo c'era chi addirittura si sbilanciava a definirla una città all'avanguardia. Ben oltre il Duemila. Aveva tanti "satelliti", con nomi molti impegnativi, c'era per esempio la "città della cultura", la "città universitaria", la "città della salute", la "città dello sport", qualcuno, forse con eccessivo entusiasmo o per errore era arrivato anche a disegnare la "città delle armi" pensando al museo dell'ex Smal, la "città del cinema" e chissà quante altre ancora che ormai anche la memoria si rifiuta di conservare.
Poi è cambiato il vento. La "cicala" vuoi per la crisi che ha costretto tutti a stringere i cordoni della borsa, vuoi perché un po' tutti, in particolare la macchina pubblica, hanno dovuto cominciare un robusto dimagrimento, vuoi perché la realtà alla fine prende sempre il sopravvento sulla fantasia, le tante città sono pian piano evaporate. La "Terni immaginata" si è improvvisamente ristretta. E via via le roboanti prospettive si sono dimostrate delle autentiche zavorre.
A Palazzo Spada hanno passato l'anno a cercare di far quadrare i conti sotto la direzione di un autentico mago come Libero Paci. Il sindaco Leopoldo Di Girolamo e la sua squadra dovranno nel 2011, dopo aver salvato le "penne" con il patto di stabilità grazie a Superconti e Giunio Marcangeli che hanno versato in cassa, cifra più cifra meno, otto milioni cadauno per le operazioni "mercato coperto" e "Cospea", far fronte al venir meno di circa 12/15 milioni di trasferimenti da Stato e Regione.
E a guardare al vecchio anno, viene anche un po' di tristezza per le tante macerie di una città reale che è tanto diversa da quella immaginata e di cui è rimasto solo l'eco di troppe parole roboanti.
Parole che non saranno neanche più accompagnate dalla musica. Uno dei primi sogni infranti è stato infatti il progetto "autarchico" del festival che doveva rappresentare una versione alternativa e vincente rispetto al più noto marchio di Umbria Jazz. Mentre il marchio di Arbore e Pagnotta è affermato in tutto il mondo, quello di "Terni in Jazz" di Luciano Vanni, affermatosi nel frattempo come editore, e dell'ex sindaco Paolo Raffaelli, è rimasto schiacciato dai costi, insostenibili per l'ente pubblico.
Insieme al jazz il 2010 ha sepolto anche il grande sogno del cinema. Papigno è ormai una "discarica" di scenografie ammuffite e dal Comune proprio nei giorni scorsi è stato intonato il De Profundis al rapporto fallimentare con Cinecittà. Se qualcosa si salva di quell'enorme progetto che fu il Cmm, diventato nel frattempo Usi (Umbria servizi innovativi, ma di fatto un buco enorme che solo Palazzo Spada deve ogni anno colmare), sono le sale di posa. Qui la speranza è legata alle produzioni per Sky. Per il resto, a parte la gestione delle multe, della "fabbrica dell'immagine" restano solo sbriciolati cocci.
Il primo decennio del nuovo millennio che si chiude, non ha dato neanche la soddisfazione di veder in funzione dopo anni e anni di annunci e di rinvii la nuova metropolitana di superficie. Impantanata dalla burocrazia e dal Cipe che deve dare il via libera agli ultimi interventi con i suoi finanziamenti.
E sono giorni amari, di bilanci non certo esaltanti, anche per l'università. Il varo della riforma Gelmini potrebbe aver dato il ko definitivo ad un progetto che comunque aveva ed ha necessità di una possente ridefinizione. Della "grandeur" degli anni "ruggenti" rimane come simbolo la sede per la nuova facoltà di medicina che più che speranze suscita imbarazzo agli amministratori costretti a guardarsi intorno per capire cosa farne.
Poche speranze anche per la cultura. Appaltone di berrettiniana memoria a parte, ma anch'esso ammaccato da evidenti difficoltà di gestione e sempre più nel mirino di chi a Palazzo Spada chiede di vederci chiaro. Su questo fronte l'anno che si chiude ha visto "morire" il Verdi e quindi l'ultimo teatro (il Secci non ha certo la possibilità di ergersi a teatro cittadino) senza che l'opera di ristrutturazione avesse almeno inizio. Anzi adesso si parla di sistemare forse i camerini per ripartire al minimo. Poi si vedrà.
Certo le cicale non cantano più. E forse non è neanche solo un fatto negativo. Affrontare la realtà seriamente può sembrare triste, ma è l'unica strada percorribile per fare davvero qualcosa. Magari riscoprendo un po' di umiltà e il valore del lavoro delle tante preziose formiche. L'augurio per il 2011 che ci facciamo è proprio questo.
Il Messaggero Venerdì 31 Dicembre 2010

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