"La realtà della vita è solo quella che ognuno sa crearsi soggettivamente
perché non ne esiste una oggettivamente."
Manlio Farinacci, 1991

Gli Umbri sono celti? Su questa sconcertante teoria il professor Manlio Farinacci alla fine degli anni Ottanta costruì la sua fama. Improvvisamente, reperti che avevano riposato nel sottosuolo per secoli senza che nessuno li notasse, saltavano fuori tutti in una volta suscitando il clamore generale. Falli megalitici, pietre runiche divinatorie, mosaici con druidi officianti segretissimi riti a base di droghe e orina. Intanto Farinacci faceva scalpore diffondendo le sue idee eretiche su giornali e televisioni. Finché uno sparuto gruppo di “intellettuali” ternani cominciò a dar man forte alle ardite teorie del professore, si fondò pure un'associazione per difenderle, la sua casa in breve divenne un cenacolo di esoteristi e apprendisti archeologi che vi trascorrevano giornate intere alla ricerca delle origini arcane dei celti Umru… Questa la breve e accattivante presentazione dalla quarta di copertina.

Per comprendere lo spirito di questo libro, che di fatto costituisce la prima biografia del professor Manlio Farinacci, è opportuno focalizzare quale è stato il dato di partenza dei due autori. Nell'ultimo quarto del secolo scorso, Farinacci divenne innegabilmente uno dei personaggi più noti e discussi di Terni. Assai apprezzato per l'approfondita conoscenza del dialetto ternano, chiacchierato per la sua eccentricità ma soprattutto noto per le controverse affermazioni sulle origini celtiche della bassa Umbria e Sabina e per l'attenzione rivolta alle sorti dei beni culturali che rinveniva o illustrava in modo originale al suo pubblico. Essendo poi dotato di una spiccata sensibilità, era in grado di percepire lo spirito del luogo, il cosiddetto Genius Loci, divenendone alla fine egli stesso parte integrante.
Credo che infatti sia impossibile, per chi conosca i suoi scritti, recarsi a Carsulae o a Torre Maggiore senza pensare a Farinacci. Egli ha ricostruito e rivelato un'identità nascosta e un misterioso passato che colpiscono, in quanto legati alla memoria di eventi fatidici. Per tutte queste ragioni è stato portato in palmo di mano da molti suoi concittadini, osannato dai membri dell'Associazione Umru ma, al contempo, denigrato e schernito dal mondo accademico e istituzionale, tanto che dopo la sua morte i suoi detrattori hanno fatto calare su di lui un sipario d'indifferenza e d'oblio.
Quando il caso me lo fece conoscere, alla fine del 1998, era già vecchio ma ne rimasi ugualmente impressionato. Già allora pensai che qualcuno avrebbe dovuto occuparsi di un personaggio così curioso e travolgente. Dopo anni d'imbarazzato silenzio da parte della città natale e l'inutile attesa che qualcuno facesse luce sulla sua opera, l'incontro fortuito con Andrea Armati (coautore ed editore) mi ha dato inaspettatamente l'occasione di poter fornire personalmente un contributo.
Il libro ha lo scopo principale d'incuriosire anche il lettore più sprovveduto, inquadrando il personaggio da diversi punti di vista in una serie di capitoli indipendenti e seguendo diversi approcci narrativi in modo da fornire più chiavi di lettura e riportare fedelmente la "realtà dei fatti documentata e documentabile", grazie ad una approfondita ricerca bibliografica e alla raccolta di alcune testimonianze dirette da persone che lo hanno ben conosciuto e frequentato.
Sono consapevole del fatto che il libro ha già destato un animato dibattito e, purtroppo, anche numerose critiche ma, pur comprendendo in parte le ragioni per le quali sono state avanzate, ritengo che, essendo il personaggio di per sé già controverso quando era in vita, il palesarsi di reazioni diversificate all'uscita di una biografia sia una reazione normale e prevedibile. Farinacci, del resto, non ha forse dichiarato più volte che "Quello che vi possono aver detto sul mio conto è nulla rispetto a quello che realmente ho fatto!"?

Credo comunque che il merito principale del volume sia quello di aver riaperto un dibattito sulla sua opera e di conseguenza di aver puntato i riflettori su alcune tematiche ad essa correlate, riguardanti la città di Terni, ancora di grande attualità. A tal proposito ho voluto inserire una bibliografia ragionata dei testi che hanno affrontato il tema che stava più a cuore a Farinacci: l'affermazione delle origini celtiche degli antichi Umbri. La mole di testimonianze in tal senso, dall'antichità ai nostri giorni, fa sorgere il dubbio che dietro alle cosiddette "inconsulte farneticazioni" del professore ternano, si pensi ad esempio all'onnipresente culto fallico, possa nascondersi una qualche verità… Per questo, non essendo un esperto ma solo un appassionato e un curioso, non ho voluto prendere posizione, lasciando libero il lettore di farsi una propria idea in proposito.

Non sarebbe però il caso di chiedersi, pur non essendo questo il tema principale del libro, che valore avesse per il professore andare alla riscoperta delle proprie radici etniche e a cosa potrebbe condurre la sua teoria sugli Umru? Se infatti è del tutto legittimo interrogarsi sulle proprie origini, occorre fare attenzione che ciò non porti alla riproposizione di teorie razziali o a strumentalizzazioni di tipo politico. Tralasciando le inquietanti e imbarazzanti vicende del periodo fascista, ricostruibili fin nei particolari grazie a fonti storiche inconfutabili, nonché alla testimonianza dello stesso Farinacci che non ne fece un segreto, in alcune sue pubblicazioni (Romolo e Remo erano celti?, i Celti nella Bibbia, Francesco e i Celti Umru, ecc.) accenna ripetutamente ad una teoria sulla "pura razza ariana celtica".
Egli infatti ammette di cavalcare vecchie concezioni, ormai scientificamente sconfessate, che portarono alla fondazione della Scuola di Antropologia e Razzismo di Berlino (1912) e poi al nazionalismo, all'imperialismo e all'antisemitismo nazista. Tale chiave di lettura getta un'ombra inquietante sulla sua figura e sull'opera di divulgazione del celtismo in Umbria, portando il lettore ad interrogarsi se per caso Farinacci non sia stato per alcuni un "cattivo maestro".
Infatti queste controverse teorie, su cui tanto si discute ancora oggi a Terni, si configurano come una deriva della scienza indoeuropeista otto-novecentesca che, nata da studi linguistici, ricercava l'esistenza di un ceppo etnico comune originario da cui sarebbero poi derivati popoli distanti anche geograficamente tra loro: Greci, Italici, Celti, Germani, Slavi, Ittiti, Armeni, ecc. I linguisti seguivano il modello di evoluzione ad albero per spiegare come dall'origine comune di una proto-lingua indoeuropea fossero derivate in sottofamiglie le lingue storiche. Ciò ha consentito a Farinacci di avvalorare la derivazione da un unico ramo italo-celtico del dialetto umbro-ternano (Umru) e del gallese antico (Cumru), idiomi di cui aveva già rilevato molte analogie.

Da qui il passo che lo ha portato ad affermare che gli Umbri sono celti è stato breve. Peccato però che anche gli studiosi del Galles, allo stesso modo, potrebbero rivendicare equivalenti origini italiche! Si tratta evidentemente di una forzatura, anche dal punto di vista cronologico, che vede la trasformazione degli antichi Umbri, tutt'al più di origine nordica indoeuropea, in Celti-Umbri, cioè un'etnia appartenente alla cultura celtica che invece si è formata e distinta solo in epoca più recente, come si evince dallo stesso modello ad albero.

É comunque innegabile che Farinacci sia stato un abile divulgatore delle sue teorie e il motivo di un tale successo sta forse proprio nel fatto che egli non era né uno storico, né tantomeno un noioso accademico. Le sue affermazioni lasciavano il segno e affrontavano una serie di temi scottanti che già prima di lui, come ancora oggi, avevano fatto e continuano a far discutere. Senza dubbio è riuscito efficacemente a contrapporre un passato mitico all'alienazione e alla piatta routine della realtà moderna, mettendo le ali alla fantasia dei suoi interlocutori. Allo stesso tempo però credo che Farinacci possa essere considerato una sorta di "grimaldello" che consente di poter aprire un varco per comprendere consapevolmente alcuni "Misteri" di Terni.

Ciò che vorrei sottolineare è che non è tanto importante stabilire se questa o quella pietra siano di fattura celtica, etrusca o romana, oppure se il tracciato della Via Flaminia passava presso Carsulae in pianura o in collina, quanto rilevare che l'opera di Farinacci consente di porre ed approfondire importanti argomenti di carattere più generale e di grande attualità. Come la questione identitaria, ossia il tema dello smarrimento delle radici culturali della città a seguito del processo d'industrializzazione e delle distruzioni belliche. Terni sarebbe dunque solo una città industriale o scalfendo la sua patina di modernità si può riscoprire un antico passato ormai dimenticato? L'evocativo paesaggio naturale che la circonda è stato in buona parte stravolto e le necropoli delle Acciaierie d'epoca protostorica sono state cancellate per sempre, ma dal tempo del loro rinvenimento gli studiosi hanno sollevato numerosi interrogativi, destando grande curiosità e aspettative nella popolazione circa le proprie radici etniche.

Ad esempio, i primi abitanti della bassa Umbria sono stati gli Umbri o i Sabini? E quali sono le loro origini? Si tratta di Aborigeni, di Pelasgi-Micenei o piuttosto di Villanoviani, una popolazione nordica di origine indoeuropea recentemente identificata con gli Etruschi? Questi ultimi non potrebbero derivare invece proprio da un'evoluzione degli antichi "Villanoviani-Umbri" sui quali si innestarono poi i Tirreni, popolo giunto dal mare sulle coste occidentali della penisola? E i recinti circolari di pietre sulle montagne intorno Terni o le mura megalitiche di Cesi chi le ha costruite? A queste come ad altre domande non è stata data a finora una risposta soddisfacente. Non da Farinacci, è vero, ma neanche dagli archeologi!
Terni, inoltre, si configurava geograficamente come una città di confine tra diversi ambiti culturali, come una cerniera tra Nord e Sud e fra Est ed Ovest della penisola, un vero e proprio crocevia di popoli (Sabini, Etruschi, Celti, Romani, ecc.). In particolare fu più volte luogo di confronto fra mondi contrapposti, basti pensare allo storico incontro che qui ebbe luogo nel 742 tra Liutprando re dei Longobardi e Papa Zaccaria che portò alla donazione alla Chiesa di Roma di alcune città dell'Italia centrale (fra cui Amelia e Orte), avviando così il processo di formazione dello Stato Pontificio, rinunciando all'unificazione della penisola sotto un dominio nordico (e forse tracce di un'influenza nordica a livello locale non andrebbero ricercate nel periodo della dominazione longobarda piuttosto che in epoca protostorica?). Cinquecento anni dopo, nel 1247, Federico II convocava a Terni un'importante Dieta volta a conferire un assetto politico unitario all'Italia, suddividendola in Vicariati. Si trattava di un duro colpo per la Chiesa di Roma ma il sogno imperiale d'unificazione non era purtroppo destinato ad avverarsi con tutto ciò che ne è conseguito in termini di frammentazione culturale fino ai giorni nostri.
Lo sviluppo urbanistico di Terni, fin dalle epoche più remote, documenterebbe invece il forte sentimento di autonomia cittadino e la volontà a non lasciarsi sottomettere da altri popoli. Come ha ben evidenziato Giorgio Antonucci nella sua illuminante presentazione a Terni nella Storia (Editalia, Roma 1998, pp. 9-14), la forma urbana della città evidenzia la presenza di un primo agglomerato umbro protostorico di pianta ovoidale imperniato sull'asse del Corso Vecchio sul quale, dopo il 295 a.C., si è innestata la città romana, caratterizzata dal classico impianto cruciforme a scacchiera con cardo (Via Roma-Corso Vecchio) e decumano (Via Cavour-Via Garibaldi). Il precedente nucleo umbro, già urbanisticamente definito, non fu quindi intaccato dai romani come dimostrano i resti dei loro edifici, quasi tutti attestati nella parte meridionale del centro storico. La "città satellite" romana e il percorso originario della via Flaminia che da Narni tagliava fuori Interamna per dirigersi direttamente verso Carsulae,

"sono le spie più lampanti di una difficile penetrazione romana e di una ancora difficile omogeneizzazione culturale e sociale."

e il carattere e la cultura dei ternani odierni, la loro indomita sete di libertà e di autonomia, da dove trae origine? A tal proposito Farinacci accennava sovente alle gravi responsabilità della Chiesa di Roma nell'opera di repressione dell'originario e persistente paganesimo della popolazione locale, poi "degenerato" nel corso dei secoli in stregoneria, e in particolare nella persecuzione "castrante" dei suoi costumi sessuali più liberi, derivanti proprio dal primitivo spirito pagano carsulano (culto fallico). Le figure di San Benedetto e di San Francesco ebbero certamente un ruolo determinante in questo processo e le due icone intoccabili del cattolicesimo furono, a tal proposito, rilette e interpretate dal professore in modo totalmente anticonformistico. Il primo, con le sue abbazie-caserma, è stato tratteggiato come un feroce santo-guerriero sempre in lotta con l'inestinguibile paganesimo; il secondo come un abile convertitore dei più poveri, grazie alla sua mite, tollerante e continua opera di persuasione. Questi temi, solo recentemente, sono divenuti oggetto di studio approfondito da parte di militanti del movimento neopagano anche in altre aree geografiche della penisola.
Gli ultimi segnali del sentimento d'indipendenza dei ternani rispetto alle ingerenze della Chiesa di Roma si ebbero fino al XVI secolo con la cosiddetta strage dei Banderari (1564), ossia con la rivolta contro l'avanzante predominio dei nobili e del clero da parte di questi rappresentanti del popolo, eletti per amministrare la giustizia e sedare le discordie. Con la conseguente repressione del Governatore Valenti terminò il periodo di libertà e di autonomia della città e il ruolo di crocevia che essa aveva ricoperto fin dai tempi dei progenitori Naharti.

Per concludere, vorrei far notare a chi (come l'architetto Paiella in un suo pubblico commento alla presentazione del libro presso la Biblioteca Comunale di Terni il 2 Dicembre 2010) ha voluto rilevare nei testi del coautore Andrea Armati esclusivamente affermazioni contraddistinte da un

"tono dissacrante della figura del Farinacci in quanto persona" e "palesemente beffarde e diffamatorie relativamente alle sue opere ed ai suoi collaboratori"
che questo tipo di dichiarazioni sono tipiche dello stile letterario di Armati, volutamente provocatorio e dissacrante in generale (basta leggere i suoi due saggi su San Francesco d'Assisi per capirlo). Inoltre, se lo scopo dell'editore fosse stato quello di
"infangare al massimo un avversario" in una  "operazione farneticante e diffamatoria"

, Armati non avrebbe investito tempo e risorse in una pubblicazione a stampa ma si sarebbe limitato, piuttosto, ad un singolo articolo o ad una meno impegnativa pagina web. Ecco quindi, per chiudere, citato proprio da uno dei testi di Armati, un paragrafo che in fondo testimonia, anche se con le dovute riserve, l'apprezzamento e la comprensione del reale valore della figura e dell'opera di Manlio Farinacci che a questo punto non mancherà di stupire persino il lettore più prevenuto (cito da pag. 82):

Ad oggi la figura di Manlio Farinacci non è mai stata riabilitata dal punto di vista scientifico. E non potrebbe essere altrimenti, forse; troppo lacunosi e fuorvianti sono stati i suoi studi, pur sbandierati con una tenacia e un attaccamento morboso, quasi patriottico, dall'impavido professore. Ma se Farinacci non potrà essere rivalutato come storico, oggi come negli anni a venire, tutt'altra storia vale invece per l'esteta. Malgrado molti continuino a negarlo, Terni gli deve molto; una città che sembrava condannata a fare da culla (e da tomba) al modernismo, grazie alla tenacia (o per colpa) del professor Farinacci è diventata anche qualcosa d'altro, una città postmoderna. La Terni antica, che non esisteva (ad accezione di quella romana) e forse mai sarà riscoperta, ha vissuto per la prima volta il sogno di un radioso passato. E non bastano tutti i mugugni degli scettici o le critiche velenose di qualche solitario modernista per negarlo. Farinacci le ha dato un'anima. Non importa se vera o presunta, naturale o di silicone; il buon Manlio, senza volerlo, ha arricchito l'immaginario della Terni moderna, orfana della sua identità. Basterà questo piccolo libro a convincere quanti ancora ne diffidano, della ‘liberazione farinaccianà?

Roma, 5 Marzo 2011
Tommaso Dore
Domenica 27 Marzo 2011

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