Delle ingiurie e delle frasi offensive nel corso di uno spettacolo organizzato a Terni dall'Arciragazzi nei giorni scorsi, il vescovo Vincenzo Paglia non vuole assolutamente parlare.
"Ci sono cose ben più gravi e importanti"
si limita a dire. Fino a questo momento monsignor Paglia ha preferito il silenzio: eppure la città delle acciaierie è colpita da una profonda crisi politica, economica, sociale. Ora però il vescovo rompe gli indugi.
"Oggi Terni è come di fronte ad un bivio: può intraprendere la strada che la porterà ad una nuova stagione di crescita, ad un futuro di speranza e di opportunità o può restare ferma, guardando al passato e accontentandosi di un confortevole, lento declino."
La città ha reagito con sorpresa a questa crisi politica. Qualcuno sembra anche rimproverare una certa dose di irresponsabilità ad una parte della classe politica ternana. Da giorni molti aspettano un suo intervento pubblico. Davvero qualche politico ternano si sta comportando da irresponsabile?
"Le reazioni di parti della città e dell'opinione pubblica possono sembrare troppo rigide ma appaiono molto comprensibili. É giusto che l'opinione pubblica chieda chiarezza e trasparenza a tutte le categorie dirigenti della città e quindi anche a quelle politiche. Ma vorrei ancora una volta ricordare che nella città, nella vita sociale organizzata la politica non è tutto. Non è tutto e non è neppure al primo posto."
Eccellenza, in che senso?
"La politica ha la sua missione, importante ma circoscritta. Deve stabilire alcune regole, risolvere alcuni problemi che altre sfere sociali non possono risolvere. In una città poliarchica, però, la politica non è tutto. E se non è tutto a maggior ragione ha il dovere di fare i conti con alcune, limitate, circoscritte priorità. Sapendo cosa è in grado di dire e di fare a proposito di queste priorità."
Come si esce dal dilemma?
"Di fronte a questo bivio la città sembra preda di una sindrome da ripiegamento, come dicevo nella mia ultima omelia di San Valentino. E temo che la politica finisca con il diventare il catalizzatore di questa sindrome. Il punto è che non possiamo sfuggire alla realtà: la sindrome va curata a fronte delle grandi questioni, delle grandi priorità, non certo a fronte delle piccole cose. Le piccole cose sono il sintomo di questa sindrome non certo l'occasione per cominciare la terapia".
Lei parla di piccole cose. Ma quali sono, a sua parere, le priorità?
"Le priorità sono davanti a noi come passaggi cruciali per il futuro della città. Pensiamo alla sfida del polo chimico, sulla quale abbiamo lavorato con grande energia tutti insieme e confido sinceramente con buoni risultati. Siamo poi alle prese con l'apertura di nuovi scenari con la ristrutturazione Thyssen. L'indispensabile inversione di rotta a proposito del polo universitario ternano, il sostegno alle iniziative nel campo della cultura, per le quali distinguerei tra la coerenza di un disegno che pure non manca e l'incertezza nella sua gestione; le resistenze ingiustificate ancora da vincere nel campo della ricerca, penso alle cellule staminali e ad altro; le questioni della sanità. Queste sono le vere sfide che attendono la città. Abbiamo di fronte scenari di dimensione nazionale, europea, globale. Terni deve guardare in alto e lontano. Non possiamo perderci dietro a piccole cose".
A proposito degli scenari Thyssen c'è una grande preoccupazione in città. La globalizzazione è un danno per il futuro di Terni?
“La globalizzazione è una grande opportunità per Terni. Di questo dobbiamo prendere atto, innanzi tutto culturalmente, una volta per tutte. La globalizzazione è un'opportunità per lo sviluppo del mondo e quindi anche per Terni. Conosciamo tutti i rischi della globalizzazione e sappiamo che occorre una regolazione, il più possibile poliarchica, che riduca almeno i principali tra questi rischi. Pensiamo, sotto questo punto di vista, agli assetti futuri della Thyssen a seguito delle decisioni assunte in questi giorni.
Sono argomenti che generano preoccupazioni ed anche comprensibili angosce in chi lavora alla Thyssen, nelle organizzazioni sindacali, nel tessuto imprenditoriale e sociale della nostra comunità. Si tratta però di assetti che possono anche essere presupposti di sviluppi positivi. Non una perdita di opportunità ma una sfida da vincere grazie all'integrazione produttiva, alle innovazioni, alla competitività che caratterizza il sito ternano. E questo è stato reso possibile dalla lungimiranza del suo management, dalla serietà delle organizzazioni sindacali, dalla professionalità delle sue maestranze. Mi viene da pensare, con non poca tristezza, che dovremmo essere grati a molti per le scelte coraggiose fatte."
Terni come ha risposto?
"Penso che come città abbiamo dimostrato in più occasioni di avere il passo giusto quando si tratta di riconoscere il grande peso del lavoro nella trama e nello spessore della vita della città. Per questo non mi stanco di sottolineare l'importanza di incontri come quello con Benedetto XVI a Roma, alla fine di marzo, nel quale la città e il Papa hanno condiviso preoccupazioni e prospettive comuni. Come, d'altra parte, era accaduto trenta anni prima con la visita di Giovanni Paolo II a Terni."
Torniamo alla crisi politica della città. É una crisi che viene da lontano: smottamenti e fibrillazioni hanno messo in discussione il lavoro del sindaco e della giunta da qualche mese. La stabilità politica è un valore?
"Penso che la stabilità politica, parlando in generale, sia un valore nella misura in cui consente all'elettorato di giudicare pregi e difetti di chi governa e quindi, in qualche modo, permette alla democrazia di funzionare a dovere. Dobbiamo preoccuparci seriamente di un buon funzionamento della democrazia. Non dimentichiamo che la democrazia è uno degli strumenti con cui (anche secondo l'insegnamento sociale della Chiesa) si attua il principio di partecipazione, cioè della responsabilità comune per la città. Ora però la stabilità non è un valore in sé. É uno strumento di efficienza delle istituzioni politiche, ma non può supplire l'eventuale inefficacia dell'azione politica, altrimenti rischia di diventare immobilismo."
Secondo lei che ruolo dovrebbero svolgere i partiti?
"Sono essenziali ad un buon funzionamento della democrazia. Stabilità, grandi partiti e bipolarismo vanno un po' insieme. Le istituzioni politiche democratiche, anche quelle locali, funzionano al servizio del bene comune se operano in condizioni di trasparenza e consentono ai cittadini di giudicare."
La stabilità è dunque un mezzo e non un fine. Cosa significa allora veramente questa crisi politica? é un segno di vitalità o un errore che si sarebbe dovuto evitare?
"La città vive una fase di transizione e rischia un deciso ripiegamento. Questo è quello che vedo io da vescovo. E sento profondamente la responsabilità e la fedeltà della Chiesa di Terni al Vangelo. Per questo debbo parlare, come dice la Scrittura: "ho creduto, perciò ho parlato". Vedo che le risorse e le potenzialità della città sono enormi. Ma la paura del cambiamento può far venir meno il coraggio delle scelte audaci."
Più volte lei ha parlato di una pigrizia rassegnata a Terni.
"Il 14 giugno 2008 abbiamo fatto un convegno. Lì abbiamo indicato quelli che ci sembravano i problemi più urgenti chiedendo di inaugurare una nuova fase costituente della città. E abbiamo individuato anche ciò che avrebbe aumentato le possibilità di futuro della città: fare di tutto per sviluppare la base industriale della città; lasciare grande libertà di azione e di intrapresa al patrimonio di professionalità che opera nel settore della sanità e dei servizi alla persona; continuare ad investire sulla cultura; correggere le politiche per l'Università; coltivare la nostra capacità di includere e di accogliere; considerare la pubblica amministrazione locale come strumento per la crescita e non come luogo di compensazione assistenziale a fronte del declino; pensare Terni oltre i suoi confini all'interno di un'area integrata più ampia che non coincide con quella politico amministrativa della provincia e va anche al di là dei confini regionali."
Via dunque tutti i pesi che ostacolano la crescita di Terni.
"Allo stesso tempo il 14 giugno ha individuato ciò che zavorra il cammino della città. Per liberarcene dobbiamo abbandonare la disattenzione verso la scuola: alcuni dati di questi giorni ci dicono, invece, che da questo punto di vista stiamo andando indietro. Non possiamo più trascurare l'importanza decisiva delle dinamiche di tipo demografico. Occorre una vera rivoluzione nel mondo del non profit e nelle forme istituzionalizzate di organizzazione degli interessi imprenditoriali. Dobbiamo abbandonare il vecchio modo di concepire i rapporti tra Terni e l'Umbria, mettendo a fuoco quella che nell'omelia di San Valentino ho chiamato la questione Terni in Umbria, consapevoli che l'Umbria non può essere gestita dall'alto come una realtà unica. L'Umbria è un livello di organizzazione (di governo, imprenditoriale) a servizio delle città che sono la vera realtà sociale della regione. Su questa agenda e su questi giudizi dovrebbero continuare a misurarsi tutte le realtà sociali della città."
Si sostiene che proprio a partire dal convegno del 14 giugno e dalle sue omelie per San Valentino, vi sia un'ingerenza della Chiesa. Altri dicono che in questo modo la Chiesa finisce con l'essere parte e con lo schierarsi a favore di qualcuno e contro qualcun altro. Lei cosa risponde?
"La Chiesa e le organizzazioni religiose come fatti sociali hanno una incomprimibile dimensione pubblica. La dimensione religiosa non è un affare privato che riguarda solo la coscienza di ciascuno. L'esperienza religiosa e la dimensione istituzionale della vita della Chiesa hanno legittimo accesso allo spazio pubblico. É lo stesso cammino che come Chiesa diocesana abbiamo sperimentato e abbiamo proposto alla città nel convegno del 14 giugno."
La Chiesa di Terni conferma dunque il suo impegno nella vita pubblica della città. Ma questo impegno si traduce in azione concreta o resta sul terreno dei principi?
"La Chiesa è con la città e per la città, quotidianamente. E per questo "sente" la città. E talora persino in anticipo ad organizzazioni di altre sfere sociali della città stessa. La Chiesa può certamente fare di più e di meglio e non si tira indietro quando si tratta di esercitare un discernimento sul nostro modo di essere fedeli al Vangelo. É un impegno educativo, un impegno nella solidarietà che passa attraverso le famiglie, la vita quotidiana dei credenti, il servizio silenzioso ma insostituibile delle parrocchie. Penso alle straordinarie iniziative che la Chiesa diocesana realizza in prima persona per l'esercizio di quella carità che Benedetto Xvi, nella sua enciclica Deus caritas est, richiama come dovere dal quale la Chiesa non può mai essere dispensata. Di questo impegno credo ci sia traccia evidente nella vita della città, naturalmente anche nella sua vita pubblica. E anche ben oltre i suoi confini."
La data del 14 giugno 2008 ha rappresentato l'avvio di un percorso. Ma sono passati ormai tre anni e le situazioni sono cambiate.
"In questa direzione la diocesi sta proseguendo il suo cammino e penso che a breve si realizzeranno le condizioni per una sorta di riflessione aggiornata sul 14 giugno. Sarà un aggiornamento del discernimento ecclesiale sulla città e sul suo futuro. É un altro modo con il quale la Chiesa si mostra interna alla città, distinta ma non estranea, immersa fino in fondo nelle sue gioie e nelle sue speranze, nelle sue tristezze e nelle sue angosce, volendo usare le parole con le quali si apre la Gaudium et Spes, la costituzione conciliare sui rapporti tra la Chiesa e il mondo, potremmo dire oggi noi sui rapporti tra la Chiesa e la città"
Diego Aristei
Corriere dell'Umbria Giovedì 12 Maggio 2011

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