Nessuna via, nessuna piazza, nessun monumento porta il suo nome. Un nome che sindaci e rappresentanti istituzionali si guardano bene dal pronunciare durante le celebrazioni per la Liberazione di Terni.Eppure il vescovo Felice Bonomini fu il più importante punto di riferimento dei ternani durante la seconda guerra mondiale. L'unica autorità cittadina che non abbandonò mai il suo posto e restò sempre a fianco di una popolazione ridotta allo stremo.
Mentre i partigiani della celebratissima brigata Gramsci se ne stavano nascosti in montagna e organizzavano efferati delitti anche ai danni di innocenti, seminando il terrore, monsignor Bonomini condivideva la sorte di chi era rimasto in città: confortando, sostenendo, nascondendo i partigiani e mediando con i tedeschi per salvare vite umane.Era nato a Mocarina il 18 marzo 1895, aveva frequentato il seminario di Brescia e partecipato alla prima guerra mondiale come soldato: era stato anche ferito in battaglia e si era salvato miracolosamente perché la pallottola che lo aveva colpito era stata fermata dal libretto dell'Ufficio della Madonna che portava nel taschino della giubba, oltrepassando tutti i fogli del volume e arrestandosi alla seconda di copertina.Ordinato prete a Brescia nel 1921, era stato nominato vescovo di Terni e Narni nell'autunno del 1940, all'indomani dell'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale.L'11 agosto 1943 iniziano i bombardamenti anglo-americani sulla città: la popolazione sfolla in periferia e anche i vertici delle istituzioni lasciano il loro posto. Solo il vescovo Bonomini rimane, non abbandonando l'episcopato nemmeno per un giorno.
"La lotta partigiana - ricorda don Gino Cotini nel libro La cattedrale di Santa Maria Assunta in Terni (1995) - fatta di denunce e di repressioni, seminò odio a non finire e vittime innocenti. Intanto il lavoro cessò e venne meno ogni risorsa. Quel poco che rimaneva era razziato dai tedeschi in ritirata. L'azione del clero era mal vista dai partigiani, alimentati dall'odio marxista, pronti a interpretare male ogni azione di carità e ogni parola. Ogni attività era controllata dai fascisti e dai tedeschi e spesso il vescovo veniva invitato con telefonate piene di minaccia a richiamare qualche sacerdote perché era compromesso e sospetto; quindi da un momento all'altro avrebbe potuto trovarsi senza processo davanti al plotone di esecuzione."
Di fronte a questa situazione, il Vescovo si assume ogni responsabilità, passando intere giornate e intere nottate nei rifugi, ma insieme ai suoi sacerdoti è pronto ad accorrere nei luoghi dove ancora cadono le bombe. Intanto ospita il Comitato di Liberazione in vescovado, mentre telefona alle autorità locali per salvare gli innocenti.
"Il 7 giugno 1944 i tedeschi iniziano l'evacuazione della zona - ricorda Vincenzo Pirro in Terni e la sua provincia durante la Repubblica sociale (19431944) - non senza aver imposto ai civili di rimanere nelle loro case e rispettare scrupolosamente le norme sul coprifuoco, sull'oscuramento, sui rifugi antiaerei e sul possesso delle armi. L'esodo delle Forze armate tedesche provoca il collasso dell'amministrazione militare e civile creata dal fascismo repubblicano. Al panico provocato dai ripetuti bombardamenti degli alleati e delle scorrerie dei tedeschi, si aggiunge il caos determinato dal vuoto dei poteri. Il Capo della Provincia - continua Pirro - che era stato il perno del sistema politico-amministrativo durante la Repubblica Sociale, fugge al seguito dei tedeschi e prima di lasciare la città, invia l'ultimo rapporto al Ministero dell'interno in cui si legge: "
La situazione politico-militare della Provincia di Terni è precipitata. La popolazione, terrorizzata dalla presenza dei soldati tedeschi sbandati, aveva già iniziato l'esodo verso le campagne e le montagne. Di fronte all'assoluta carenza di tutela dell'ordine pubblico, la città di Terni e altri centri della Provincia erano ormai alla mercé degli sbandati tedeschi e di torbidi elementi locali".
L'eroismo del vescovo è riconosciuto anche da due cronisti della Turbina, organo settimanale della Federazione Provinciale Comunista di Terni: "Il Vescovo non lascia i suoi fedeli: non è mai sfollato; ai rimasti non è mancata la parola consolatrice del pastore, presto oltre alle parole, dovrà dare la sua opera per strappare dalla morte degli innocenti".
E il momento venne presto: "La sera del 10 giugno 1944 spiega Pirro - un tedesco sorpreso a rubare, è stato ucciso nei pressi di Ponte d'Oro dietro l'Acciaieria. Per rappresaglia vengono immediatamente arrestati cinquanta passanti. Saranno fucilati all'alba. Comunardo Morelli (a capo dell'amministrazione civica democratica formata da alcuni militanti comunisti) venuto a conoscenza della cosa fa pregare il vescovo di voler intervenire e il Bonomini alle 9 di sera si reca al Comando delle SS. Prega, implora, ammonisce nel nome di Dio e riesce infine a salvare i rastrellati".
Finitala guerra, gli viene riconosciuta la cittadinanza onoraria di Terni. Ma è il primo e l'ultimo atto di omaggio all'eroico vescovo.Il 6 dicembre 1947 Bonomini viene trasferito a Como. Morirà, in Lombardia, nel 1974, dimenticato da tutti .Forse è venuto il tempo, per la città dell'acciaio, di riscoprirlo.
Arnaldo Casali
Il Giornale dell'Umbria Giovedì 16 Giugno 2011

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