Passando in via Vallemicero all'ora di pranzo, non è raro incontrare Luli, albanese, che rientra a casa col naso all'insù per il profumo di spezie marocchine dei suoi vicini. Poco più in là un bambino italiano e uno indiano giocano insieme, mani candide strette a mani scure. Siamo a Terni, frazione Gabelletta, ma sembra il quartiere multietnico di una metropoli. Tutti ormai lo chiamano "48 mani", dal nome del progetto che lo ha voluto. Le mani sono quelle di ventiquattro capifamiglia di etnie diverse – dodici italiani, nove albanesi, due indiani e uno marocchino – che hanno messo in piedi mattone su mattone questo villaggio colorato, e che oggi vivono qui fianco a fianco.

Ad unirli fin dall'inizio, il desiderio di una casa e la difficoltà di costruirsene una; ma anche la voglia di rimboccarsi le mani per farcela, insieme. Tutto è cominciato nel 2003, dall'intesa tra la Consulta degli immigrati di Terni, i Servizi sociali del Comune e un'organizzazione non governativa di Milano specializzata in progetti di autocostruzione. L'idea era quella di unire le forze di alcune famiglie ternane ed extracomunitarie per un'esigenza comune: avere una casa. Un esempio di integrazione su piccola scala, fatta non di slogan ma di gesti concreti, come darsi una mano durante il lavoro e mangiare insieme nelle pause. Piccoli passi che lasciano il segno, se si pensa che in quegli anni a Terni si contavano più di diecimila stranieri di cento etnie diverse: un decimo della popolazione totale che non dialogava facilmente con i ternani. "48 mani", però, parlava di un altro mondo possibile. Come ricorda Luli Pojani, padre di una delle nove famiglie albanesi del villaggio e ex presidente della Consulta immigrati, "abbiamo posato il primo mattone nel 2004. Eravamo entusiasti. Dovevamo finire entro due anni, ma abbiamo messo piede nelle nostre case solo a dicembre scorso."

Un ritardo che si è accumulato per incomprensioni con la cooperativa milanese che gestiva la parte tecnica: "i materiali arrivavano a rilento e i lavori non avanzavano – spiega l'albanese –. Allora abbiamo deciso: saremmo andati avanti da soli."

Il 2007 è l'anno cruciale: la cooperativa che fondata dai capifamiglia è sull'orlo del fallimento, le istituzioni tardano a farsi sentire.
"Per fortuna abbiamo stretto i denti – osserva Luli– ci siamo messi sotto col lavoro anche durante la settimana, oltre che nei weekend. Grazie al sostegno della Regione e del Comune di Terni, abbiamo chiamato le ditte edili per ultimare i lavori. E finalmente siamo qui."
È servito un aiuto per il rush finale, ma senza le quarantotto mani queste villette a schiera giallo- ocra oggi non ci sarebbero. Riccardo Castellani è uno dei dodici "autocostruttori" italiani, e oggi vive alla Gabelletta con la moglie Anna e i figli Marco, Debora e Marta.
"Ogni casa è frutto della fatica di tutti, ma abbiamo lavorato secondo le possibilità", – dice Riccardo –. Non ci sono privilegi per chi ha lavorato di più, se non "il diritto di scegliere la propria casa per primo."
La convivenza? Era un dato di fatto già prima di diventare "vicini": “Abbiamo lavorato spalla a spalla per otto anni, sudando e riposando insieme, fantasticando su come sarebbe stata la camera di mia figlia o la cucina dei vicini", ricorda Luli. Certo, alcuni legami sono più stretti di altri, segno che si tratta di una socializzazione vera, non forzata."E i risultati sono duraturi:
"Basta guardare i nostri figli. Per loro un bambino è semplicemente un compagno di giochi."
Se sono diversi? Luli neanche se ne accorge più:
"Se succede qualcosa ci precipitiamo tutti, come una grande famiglia."

E due mesi fa, il primo matrimonio indiano: il villaggio ha già le sue nuove generazioni.

Micol Pieretti
Quattrocolonne di ottobre 2011 Giovedì 8 Dicembre 2011

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