UMBRIA PAGANA

La montagna sacra di Torre Maggiore

La recente e progressiva affermazione anche in Italia del Neopaganesimo, seppur tardivamente rispetto ad altri paesi dell’Occidente, in risposta alla richiesta di un nuovo tipo di spiritualità più attuale ed adeguato alle esigenze della società contemporanea, mi ha spinto a riscoprire le antiche radici pagane di una regione come l’Umbria che risulta solo apparentemente permeata da un misticismo cristiano totalizzante. Uno dei luoghi più significativi di questa riscoperta è il monte Torre Maggiore, presso Cesi (Terni), che costituì uno dei principali luoghi di culto pagano della Bassa Umbria fin dall’epoca pre-romana.

La conca ternana a quel tempo era un crocevia di popoli: Umbri, Sabini, Piceni, Celti, Etruschi e infine Romani. Si può affermare che con il passaggio dall’Età del Bronzo all’Età del Ferro (ossia intorno al X sec. a.C.) si avviò un processo di graduale assimilazione e osmosi fra diverse culture che diede origine a quella che l’archeologo Massimo Pallottino ha definito “Cultura di Terni”.

La catena dei monti Martani si trovava in una posizione strategica e fu utilizzata fin dalla preistoria come percorso di crinale da Nord a Sud, lungo la penisola, e per gli spostamenti dalla valle di Spoleto a quella di Acquasparta, in direzione Est-Ovest. Sulla vetta di questo percorso, a quota 1120 metri s.l.m., si erge fin dal VI secolo a.C. il santuario pagano di Torre Maggiore, il luogo di culto più elevato del territorio umbro, intorno al quale gravitavano una serie d’insediamenti d’altura abitati dagli Umru – il più antico nome rinvenuto nelle fonti scritte con cui gli Umbri furono chiamati –, un popolo probabilmente sceso da nord, di origine transalpina e indoeuropea, analogo a quello proto-celtico che diede luogo in Austria alla cultura di Hallstatt, e da cui discesero al centro della penisola gli Italici (tra cui gli Umbri e i Sabini). In particolare ci riferiamo ai Naharki di Interamna (l’attuale Terni), ossia gli Umbri abitanti presso il fiume Nera (Nahar), al confine con la Sabina. Con la dominazione romana nel III secolo a.C. e l’apertura del nuovo tracciato viario della Flaminia, risalente al 220 a.C., gli insediamenti d’altura furono abbandonati e la popolazione locale si trasferì a valle costruendo la nuova città di Carsulae.

L’accesso al santuario di Torre Maggiore – toponimo derivato da Terra Majura o Ara Major – avviene ancora attraverso la soglia originaria, costituita da un enorme monolite di pietra calcarea. Al centro del complesso si elevano i resti del podio del tempio principale e più antico, orientato secondo l’asse Est-Ovest e preceduto da un pozzetto votivo, in cui sono stati rinvenuti soprattutto bronzetti schematici di figure umane virili. Tutt’intorno, una serie di locali per il ricovero dei pellegrini, i laboratori per la produzione di ceramiche ed ex voto, e altri locali di servizio. Sul lato settentrionale del tempio fu trovata una testa in travertino raffigurante forse una divinità femminile, alla quale potrebbe essere stato dedicato il secondo tempio più recente, le cui fondazioni si trovano sulla sinistra, lungo l’asse Nord-Sud. Gli attuali resti risalgono all’età repubblicana (dal III al I secolo a.C.), quando il santuario subì consistenti lavori di ristrutturazione e monumentalizzazione, sebbene le preesistenti strutture costituissero già uno dei più importanti centri di culto della zona.

In prossimità del solstizio d’estate, nella notte del 24 giugno, la costellazione dell’Orsa Maggiore cade a perpendicolo sulla cima del Torre Maggiore, che rispetto al ciclo delle stagioni segnalava l’affermarsi dell’estate e dava inizio ai rituali propiziatori di fertilità, così importanti per l’antica civiltà umbra, basata essenzialmente sull’agricoltura e sulla pastorizia. Da questo santuario principale, tramite l’accensione di un grande fuoco, si trasmetteva il segnale del passaggio di stagione a tutta la Bassa Umbria e alla vicina Sabina, tramite gli altri santuari minori posti sulle alture circostanti, come quello di monte San Pancrazio a Calvi. Il panorama spazia infatti a 360° dalla valle spoletina, alla catena dei monti Martani, alle colline verso Todi e Amelia, alla conca ternana, fino ai monti Sabini e oltre.

Sul culto che fu all’origine di questo luogo sacro o sui riti che vi si celebravano, possiamo solo avanzare qualche ipotesi, dal momento che ci troviamo di fronte ad una civiltà protostorica che ancora non conosceva la scrittura e data l’esigua consistenza dei manufatti rinvenuti.

L’origine del santuario potrebbe essere legata alla presenza di una cavità carsica sul versante ovest del monte. Il fondamentale animismo delle religioni primitive, portò alla nascita di culti associati ad una serie di luoghi naturali, come fiumi, sorgenti, grotte e montagne. Le divinità connesse ai luoghi elevati sono diverse e tra queste vi sono Marte e Giove. Tali divinità erano collegate, inoltre, ai fenomeni atmosferici, ai temporali e quindi con il cielo.

Il tempio principale del santuario era probabilmente dedicato a Marte italico, dio agreste e fecondatore, pacifico guaritore e protettore, guardiano dei campi e dei confini. Solo la successiva identificazione con il greco Ares conferì alla divinità romana la più nota caratteristica di bellicoso combattente e alcuni dei suoi attributi, come quello di dio del tuono e del fulmine, furono associati più comunemente a Giove. Il ritrovamento in loco di una saetta in bronzo dorato è stato collegato al culto di Iuppiter Fulguriator (cfr. L. Bonomi Ponzi, Il santuario di monte Torre Maggiore, in Terni – Interamna Nahars, a cura di C. Angelelli e L. Bonomi Ponzi, Roma 2006, pp. 113-115), ma il reperto potrebbe anche essere stato sepolto ritualmente ad indicare un luogo colpito dal fulmine e perciò ritenuto sacro, fulgor conditum (cfr. Cesi, capitale delle Terre Arnolfe, a cura di P. Rossi e C. Feliciani, Terni 2004, p. 124), oppure essere più semplicemente un ex voto.

Claudia Giontella ha interpretato il santuario come auguraculum, ossia il luogo nel quale si prendevano gli auspici osservando il volo degli uccelli. Seguendo tale ipotesi, la porzione di cielo visibile tra la vetta del Torre Maggiore (l’Ara Major, l’arce maggiore dell’antica Terni) e il pianoro di Sant’Erasmo (l’Ara Minor) andrebbe a configurare la classica tipologia di “Tempio Celeste” degli Umbri (Verfale), definita dal glottologo Giacomo Devoto. Non una costruzione in muratura quindi – che infatti in origine non esisteva, a parte un altare o un pozzetto per le offerte – ma uno spazio ideale per le pratiche divinatorie, delimitato da due punti a terra e altri due punti proiettati nel cielo, attraverso il quale si sarebbe interpretato il volo degli uccelli augurali da parte dell’Arsfertor sul punto più elevato, mentre nell’Ara Minor l’Aruspex iniziava il rito sacrificale.

Una curiosità: l’ingegner Costanzi di Terni, nel 1930, pubblicò un libretto in cui sostenne che nelle viscere del Torre Maggiore e nell’adiacente monte Eolo di Cesi si trovavano i due accessi alle caverne carsiche in cui si rifugiarono gli antichi Umbri durante la sanguinosa guerra contro i Romani. Questi ultimi, una volta scoperti gl’ingressi vi appiccarono il fuoco facendo morire bruciati e soffocati dai fumi gli avversari, tranne alcuni che riuscirono a salvarsi attraverso una terza via d’uscita segreta dalle grotte, presso la zona in cui sarebbe poi sorta la città di Carsulae (cfr. F. Costanzi, Visioni preistoriche. Le caverne carsiche del Torre Maggiore…, Terni 1930).

La persistenza del culto pagano a Torre Maggiore

Al di là delle sue origini, l’aspetto di questo luogo che riveste maggior interesse riguarda il suo progressivo e lento abbandono o, meglio, la conferma della persistenza del culto pagano per molti secoli anche dopo l’affermazione del Cristianesimo. Infatti, nonostante il materiale di scavo attesti la frequentazione del tempio almeno fino all’inizio del IV secolo d.C., vi sono alcune fonti che documentano la prosecuzione dei riti addirittura fino alle soglie dell’età moderna.

Dopo l’abbandono di Carsulae, a seguito di un terremoto nel IV secolo d.C., il santuario pagano di Torre Maggiore sopravvisse e fu meta della popolazione superstite che si era rifugiata a Casventum (San Gemini), Porcaria (Portaria) e Podi Ancziani (Poggio Azzuano), da cui parte uno dei percorsi della strada detta del Carre o del Carro che s’inerpica sulla montagna verso l’area sacra.

Sin dal 435 Teodosio II ordinò la distruzione dei templi pagani, ma nel corso del V secolo l’atteggiamento mutò, optando per la costruzione di nuovi edifici cristiani sui luoghi degli antichi santuari o, ancor meglio, la loro trasformazione in chiese, riadattandoli alle esigenze del nuovo culto. Un’astuta e vincente politica ripresa con successo ancora nel 601 da papa Gregorio Magno.

Una violenta azione repressiva del paganesimo in Valnerina e in generale nella Bassa Umbria e Sabina, si ebbe ad opera del monaco-condottiero Benedetto da Norcia (480-547), il quale poi dal 529, a Montecassino, diede vita al suo ordine religioso.

Con il sopraggiungere dei monaci benedettini e poi nel XIII secolo dei frati francescani, furono costruiti, lungo il percorso sacro pagano di ascensione al monte Torre Maggiore, chiese ed eremi come S. Caterina e l’Eremita, per chi veniva da Sangemini, Poggio Azzuano o da Portaria, e come S. Maria de Fora e S. Erasmo, ecc., per chi saliva dal lato di Cesi. Questi luoghi cristiani costituirono vere e proprie postazioni di controllo sul passaggio dei pellegrini pagani allo scopo di scoraggiarne il culto e cercare di trasformare l’antico percorso sacro in una via crucis attraverso il regolare svolgimento di processioni.

Tuttavia, con la discesa in Italia dei Longobardi (568), fieramente pagani ed eredi della cultura germanica, si ebbe anche in Umbria un parziale rigurgito della vecchia religione, almeno fino alla loro conversione al Cattolicesimo, verso alla fine del VII secolo. Dopo lo storico incontro di Terni, nel 742, tra Liutprando re dei Longobardi e Papa Zaccaria, che portò alla donazione alla Chiesa di alcune città dell’Italia centrale (fra cui Ancona, Osimo, Amelia e Orte, agevolando così il processo di formazione dello Stato Pontificio), la nascita nel 962 dello staterello delle Terre Arnolfe favorì ulteriormente la persistenza del paganesimo. Si trattava di una piccola regione posta fra Spoleto, Terni, Narni e Todi, con Cesi capitale, che l’imperatore Ottone I di Sassonia diede in feudo ad Arnolfo, suo consigliere, insieme al titolo di conte e vicario imperiale. Le Terre Arnolfe sopravvissero ancora a lungo ostacolando così il diretto controllo sull’area dei monti Martani da parte della Chiesa di Roma almeno fino al XVI secolo.

Quindi, nonostante la feroce persecuzione operata dai benedettini e poi la più mansueta e persuasiva opera di conversione da parte dei francescani (S. Caterina e Romita degli Arnolfi), il monte Torre Maggiore, vuoi per la presenza protettiva dei Longobardi, vuoi per la particolare situazione amministrativa delle Terre Arnolfe, nel cui territorio ricadeva, restò ancora meta di pellegrinaggio da parte di alcuni pagani. Inoltre la posizione isolata ed estremamente elevata ben poco si prestava alla costruzione di un edificio sacro cristiano ed era, proprio perché fuori mano, propizia alla permanenza di un culto di così lunga tradizione, risalente all’epoca pre-romana. Solo con l’assoggettamento definitivo delle Terre Arnolfe alla Chiesa di Roma, intorno alla metà del XVI secolo, iniziò il completo declino dell’area sacra pagana, il cui totale abbandono e distruzione avvennero probabilmente verso al fine del secolo successivo. Vi sono infatti alcune preziosissime testimonianze sull’ulteriore breve sopravvivenza del santuario e del culto pagano:

Padre Faustino da Toscolano in un manoscritto del 1618, Itinerari di Terrasanta, ritrovato nell’archivio comunale di Todi e pubblicato nel 1992 a Spoleto dalla Proloco di Toscolano, nel primo capitolo intitolato Dell’ingresso e progresso nella Serafica Religione, et viaggi da me fatti fin a Napoli (pp. 63-65), narra una singolare vicenda ammonitrice: Una bambina di dieci anni, lasciata sola a casa dai genitori in una notte di Carnevale, fu persuasa da una vecchia sua vicina a recarsi con lei ad un “festino nobilissimo”, purché non proferisse parola. Trasportate fin sulla vetta del monte Torre Maggiore, vi “trovorno suoni, balli, molte persone cognite et apparecchi di tavole sontuose. La povera figliuolina scordatasi dell’ammaestramento della mala vecchia, e stupìta di tanta grandezza e festa disse: ‘Giesù Maria che belle cose!’. Et al proferir di tante parole subito il tutto disparve, restando la povera figliuola ignuda e sola in sì alto monte. La quale con continuo pianto e stridori cominciò a caminare, senza saper ove si fosse, né dove così di notte viaggiasse, miracolosamente s’accostò alla Romita nostro convento…”, dove fu accolta dai frati francescani e l’indomani ricondotta a casa dai suoi genitori. La bambina raccontò poi d’aver visto un inestimabile tesoro, la qual cosa giunse all’orecchio del Papa Paolo V che inviò da Roma suoi emissari per ritrovarlo. Condussero la giovane sul luogo ma non appena essa segnò col piede il punto dove scavare “subito gli entrorno spiriti nel piede, e restò spiritata… e cominciorno a piovere grandine, tuoni e saette, et alla fine bastonate…” tanto che si dovette rinunciare all’impresa.

A meno di non voler dar fede ad una favola inverosimile come questa, la storia sembra essere stata inventata ad arte per spaventare e dissuadere chiunque dal recarsi al santuario pagano in cima alla montagna in un luogo che, ancora nel XVII, doveva essere teatro del culto. Infatti, come dimostra una veduta del territorio di Todi del 1637, a quel tempo la vetta era nota come Ara Major, i cui resti dovevano essere ancora ben visibili da lontano ed imponenti (cfr. Sul trattato del legno fossile minerale di Francesco Stelluti Accademico Linceo da Fabriano, Roma 1637, ristampa anastatica a cura di E. Biondi, Fabriano 1984). Per inciso, lo Stelluti fu costretto a rifugiarsi presso la corte dei Farnese di Parma in seguito a false accuse di stregoneria.

DIDASCALIA DISEGNO ALLEGATO: La tavola illustrativa del Territorio di Todi nella provincia dell’Umbria che apre il trattato dell’accademico linceo Francesco Stelluti (1637), fornita dal principe Federico Cesi, in cui è ben visibile l’Ara Major in cima al monte Torre Maggiore.

Inoltre, anche nelle Memorie historiche della terra di Cesi raccolte da mons. Felice Contelori, pubblicate a Roma nel 1675, s’accenna alle consistenti rovine del tempio parlando di enormi massi fin lì trasportati.

Il documento più interessante che attesta la prosecuzione del culto pagano sul Torre Maggiore è però una cronaca dell’Eremita degli Arnolfi conservata presso l’Archivio francescano provinciale della Porziuncola ad Assisi (busta “l’Eremita”): “Nell’an. presente di N. S. 1650, è pervenuto nel nostro Convento de la Ss.ma Annuntiata dell’Eremita de’ P.P. Reformati di S. Francesco, frate Benedetto de’ Città di Castello, Guardiano del Convento di Porcheria [Portaria] di S. Pietro de’ P.P. Cappuccini di S. Francesco, Religioso di specchiatissima virtù. Seco havea il Fratello Laico fratel Lorenzo d’Amelia. […] Risolvemmo primieramente discorrere delli abusi e schiamazzi che ad ogni anno nascevano a motivo delle malsane feste che gruppi di poveri tappini facevano sù per la Via detta Del Carro fino al Monte Maggiore [Torre Maggiore]. Onde convenimmo procedere a solenni Processioni sù per cognominata Via ut ostacolare i malsani Riti imperetrati da quella Comunità di Infedeli.” Questa straordinaria testimonianza costituisce una prova inequivocabile del paganesimo mai estinto in almeno una parte della popolazione locale.

Tutto ciò dimostrerebbe in modo logico e documentato che, nonostante l’accanimento dei secoli precedenti, solo a partire dalla seconda metà del Seicento il santuario s’avviò verso un inarrestabile abbandono. Ora, viste le difficoltà incontrate nell’estirpare l’antico culto dalla località, è possibile che qualcuno abbia pensato di agire drasticamente per la sua completa distruzione?

Gli archeologi a tal proposito, a seguito dei recenti scavi effettuati dalla Soprintendenza hanno avanzato un’ipotesi inquietante: la dispersione in tutta l’area circostante di frammenti architettonici, come pietre, tegole, nonché di materiali votivi, proiettati anche a molti metri di distanza dai resti archeologici, farebbe presupporre una distruzione del santuario “per cause traumatiche volute”, forse quindi – azzardiamo noi – tramite cariche di esplosivo (cfr. L. Bonomi Ponzi, cit., p. 124).

In Cesi redivivo, Terni Luglio-Agosto 1897 (numero unico), è scritto che in quell’anno, intorno al Torre Maggiore, erano stati posti i bersagli di un poligono di tiro, allestito sui rilievi circostanti per lo svolgimento di esercitazioni di tattica bellica. Inoltre, “Sul monte Peracle (Torre Maggiore) si vedono le vestigia … di grandi fabbricati, e la strada ora nascosta detta del Carro, che partiva da Carsoli.” Le grandi rovine della stampa dello Stelluti, descritte anche dal Contelori, erano quindi forse ancora in piedi nel 1897? Oppure furono danneggiate proprio in occasione di quelle esercitazioni militari? O ciò non potrebbe essere avvenuto nel 1943-44 durante i combattimenti e i bombardamenti che interessarono la città di Terni e le alture circostanti? In questo caso, però, la documentazione fotografica reperita presso l’Aerofototeca Nazionale dell’I.C.C.D. di Roma (R.A.F., 138/32, del 18-05-1944), non mostra alcun segno evidente di bombardamenti sulla vetta del monte e, anzi, le rovine del santuario risultano appena visibili, tanto da apparire come tracce sepolte dai sedimenti di terreno.

E se invece fosse vera la prima ipotesi molto più sconcertante? L’ostinata sopravvivenza del paganesimo fino al XVII secolo avrebbe potuto condurre la Chiesa alla decisione di mettere fine una volta per tutte al pellegrinaggio degli infedeli, falliti tutti i precedenti tentativi di dissuasione e conversione? La distruzione sarebbe avvenuta allora repentinamente e non, come è stato affermato, per un lento e naturale deperimento a seguito dell’abbandono del culto in età tardo-antica. Poi, l’Illuminismo e i moti rivoluzionari che seguirono, a parte i danni subiti dalla Chiesa, diedero un colpo di grazia ai culti agrari dell’antico paganesimo, che nell’arco di pochi decenni degenerò, soprattutto per merito della persecuzione ecclesiastica, in superstizione e stregoneria popolare.

Chiudiamo, al di là delle ricostruzioni storiche più o meno condivisibili, con un suggestivo racconto, rivelatore forse del più autentico Genius Loci di queste montagne: “Qualcuno mi ha confessato che quando il giorno si sente alquanto depresso per motivi a lui ignoti e quindi inspiegabili, nella notte si reca sulla montagna di S. Erasmo e sale sopra un leccio per sedersi al primo incrocio di rami. Il che avviene tutto automaticamente come per predisposizione. Da qui guarda a lungo la Valle con tutte le sue luci sparse, piccole come tenui lucciole, poi comincia a fissar lo sguardo nel cielo, sia esso limpido o nuvoloso, finché non si sente assorbito in esso perdendo ogni sensazione del corpo. Dopo molto … ha un recupero di sensibilità fisica e scende dall’albero. Per un lungo periodo di tempo si sentirà sempre ‘in forma’ e vigorosamente rigenerato. … Che su queste montagne si ricevano sensazioni di benessere e rinvigorimento dovute agli astri in cielo che vi proiettano i loro influssi positivi, è indubbio per questi giovani. Il ‘che’ accettano con convinzione senza troppo scavare col ragionamento.” (M. Farinacci, Mentalità Ternana Celto Pagana, Terni 1991, p. 12).

Tommaso Dore
Associazione Italus – Roma
Per maggiori informazioni consultare il sito: www.italus.info

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