Piazza Tacito: com’era … come sarà?

La piazza come porta urbana (1869)
Piazza Tacito nasce come plàtea nel senso letterale del termine latino che indica una strada larga: la strada in questione è la via Tacito di cui la nuova piazza omonima costituisce un'articolazione dimensionale.
Tale asse stradale, con i relativi contermini lotti edificatori, costituirà il primo e felice progetto urbano, opera di Benedetto Faustini nel 1869, della città di Terni subito dopo l'unità d'Italia.
Parte di esso si innesta nel tessuto vivo della città storica, parte, con la sua griglia di strade, occupa gli spazi liberi, costituiti da orti e giardini, tra quella e la cinta muraria medievale.
La nuova piazza, come emerge dal disegno del 1877, testimonia chiaramente l'intento di salvaguardare le mura urbiche che l'attraversano indisturbate. Queste la dividono in due parti: quella intra moenia, più ampia, di forma rettangolare (delle proporzioni di un rettangolo aureo), quella extra moenia, meno ampia, di forma semicircolare (con il diametro che misura il lato minore dell'altra).
Le due parti sono collegate da una porta urbica da realizzare, come unica discontinuità, nelle mura medievali.
Il modello preso a riferimento è, forse, quello della porta del Popolo a Roma che separa l'omonima piazza (realizzata dal Valadier alcuni decenni prima) dal piazzale Flaminio.
Il progetto assegna alla piazza il ruolo di accoglienza per chi arriva da Nord, dal nuovo scalo ferroviario servito da una strada suburbana (l'attuale viale della stazione).
Questa con la sua quinta alberata, che perimetra anche l'emiciclo e la stessa piazza, accentua l'importanza dell'asse, Nord-Sud, di collegamento tra il centro urbano e la stazione ferroviaria.

La piazza come ordito urbano (1886)
Un secondo progetto del 1884 prevede, nello stesso sedime della precedente, una piazza quadrata di smisurate dimensioni, circa 150 metri di lato, come fulcro di un duplice asse: il primo recepisce l'orientamento della nuova via Tacito (determinato dal progetto del 1869); il secondo ortogonale al primo collega la città ai nuovi costituiti e costituendi insediamenti industriali.
Su tale cardo e decumano ottocentesco si dipana il tessuto urbano delle nuove espansioni edilizie di Terni. Queste, insieme all'abnorme piazza, cancellano inesorabilmente un lungo tratto della cinta muraria medievale. Due anni dopo (1886) un altro piano riduce le sue dimensioni ricalibrando anche forme e contenuti del precedente.
In questo stesso anno viene elaborata "una minuta" di piano che, pur prevedendo addizioni edilizie quantitativamente significative, salvaguarda le mura urbiche e ribadisce il ruolo di porta urbana alla piazza come concepito dal Faustini nel 1869.
Tale contrapposizione di scelte urbanistiche, alle soglie dell'incipiente industrializzazione del territorio ternano, testimonia l'esistenza di un dibattito aspro nella città o almeno all'interno della sua classe dirigente. Tant'è che nessuno di detti piani sarà approvato; ciò nonostante nella prassi gestionale passerà la linea urbanistica della demolizione delle mura medievali e della riduzione dimensionale della piazza, ridotta ad un ruolo meramente ordinativo del nuovo assetto urbano.

La piazza come vuoto urbano (1887-1935)
La piazza, a cavallo dei secoli XIX e XX, è solo un ordito che delimita un perimetro da edificare con quinte edilizie che la definiscano nella terza dimensione. Lo spazio racchiuso da tale perimetro rimane tutto da inventare. Il processo di definizione formale e funzionale richiederà mezzo secolo per giungere ad un esito.
Dapprima si realizzano tre edifici di cui due sulla testata del corso Tacito e uno sulla metà della testata di via Battisti. Di foggia neorinascimentale, la relativa altezza (tre piani) non conferisce loro la forza per competere con le grandi dimensioni del nudo invaso spaziale.
La presenza del monumento ai caduti della prima guerra mondiale al centro della piazza (alla fine degli anni venti) pur temperandolo, lascia inalterato l'horror vacui di questo spazio che è

"pura figura prospettica, profondità senza capienza, impraticabile e inabitabile."

Così è definito lo spazio metafisico- surreale della pittura di De Chirico da G.C. Argan. Il carattere che va assumendo la piazza infatti evoca subito tale riferimento. Piazza Tacito come piazza metafisica preterintenzionale, specie di serendipity urbanistica.

La piazza metafisica (1936)
Se tale era la sua vocazione, così verrà interpretata la piazza sia dal Bazzani (con il suo progetto del 1933) sia dai Ridolfi-Fagiolo con il progetto vincitore del concorso per la sistemazione della stessa bandito
nel 1932. Pur appartenendo a due ismi figurativi contrapposti, al Novecentismo il primo ed al Razionalismo i secondi, risolvono l'unità prospettica della piazza con simboli spaziali quali sono le forme geometriche pure.
Per il Bazzani cinque stele luminose di cui quattro in forma di obelisco che punteggiano gli angoli della piazza; la quinta al centro, più alta, in forma di parallelepipedo, a base quadrata, composto con due semicilindri orientati secondo l'asse maggiore.
Per i Ridolfi-Fagiolo (la cui opera sarà inaugurata nel 1936) una grande vasca articolata su tre corone circolari di piani e forme diversi. La prima, sottile, costituita da un ampio marciapiede, la seconda, più stretta
ma più alta, costituita da un basso parapetto-seduta.
La terza, la più ampia e senza spessore apparente, costituisce il catino della raccolta dell'acqua; una cascata d'acqua, che sgorga da un anello d'acciaio posto ad una quota di circa quattro metri, in forma di cilindro leggermente svasato; un'asta altissima e sottilissima in forma anch'essa di cilindro impercettibilmente rastremato.
Comune ai due progetti sono i filari di lecci (singoli per il Bazzani e doppi per Ridolfi) con le chiome geometrizzate in forma di parallelepipedi.
Elementi naturali, acqua e flora, sono coniugati in forme geometriche come quelli artificiali, pietra cemento e acciaio.
Mentre il primo progetto interpreta le forme geometriche solo come simboli spaziali, il secondo estende la simbologia oltre la pura rappresentazione spaziale per alludere anche alla cascata delle Marmore ed all'industria, entrambe, secondo l'accezione futurista, compendio di bellezza ed energia.

La piazza come seducente rotatoria (1937-1989)
La piazza si definisce, al suo nascere, come fulcro di snodo di due strade ortogonali tra di loro e convergenti al suo centro geometrico.
Dal punto di vista funzionale, resta una tipica piazza ottocentesca, specchio delle necessità di un agile movimento di uomini e mezzi connesso con il processo di industrializzazione diffusa in atto.
Nel primo mezzo secolo di vita, nonostante sia coeva allo slancio futurista di Boccioni della "città che sale", conserva un tono spaesante e spaesato più assonante a certa poetica di Sironi o di De Chirico.
Solo con l'incipiente motorizzazione degli anni Trenta, recepita prontamente dal progetto di Ridolfi-Fagiolo, e soprattutto con la sua diffusione di massa del secondo dopoguerra acquista una compiuta identità.
Spazi e manufatti edilizi che la definiscono rispondono adeguatamente alle esigenze funzionali e formali in un raggiunto equilibrio: le strade ombreggiate, tra le completate quinte edilizie ed i verdi e puri volumi dei lecci, lungo i lati lunghi della piazza, sono calibrate per un piacevole uso pedonale.
Il suo spazio interno, destinato esclusivamente al carosello delle autovetture che smista agevolmente il traffico urbano, è centrato sulla rotonda della fontana; questa assolve sia un compito di mera rotatoria che di
rappresentazione dei simboli della città.
La loro icastica forma consente un'immediata percezione anche alla vista distratta dei passeggeri dalle automobili in movimento, Il mosaico dello zodiaco sul fondo del catino, l'impetuoso e sorprendente scroscio dell'acqua che richiama quello più grande delle Marmore, sono riservati al pedone meno distratto e libero dall'abitacolo rumoroso della vettura.

La piazza denegata (oggi)
Alla fine degli anni Ottanta (gli anni dell'"Italia da bere") del secolo scorso l'ex sindaco di Milano Tognoli, novello ministro dei lavori pubblici, dà, informalmente, il proprio nome ad una legge (n.122/1989) che all'art.9, comma 4 consente che i

"comuni… possano prevedere nell'ambito del programma urbano dei parcheggi, la realizzazione di parcheggi da destinare a pertinenza di immobili privati su aree comunali o nel sottosuolo delle tesse."

Detto articolo, inserito all'interno di una legge "Zibaldone", ripropone la triste abitudine italiana di legiferare solo in termini emergenziali, parziali e generici lasciando la responsabilità ai singoli comuni sull'opportunità delle scelte. Nel caso del comune di Terni tale norma è stata usata per ricavare parcheggi nel sottosuolo di strade e piazze del centro urbano. Ciò è stato fatto indiscriminatamente, senza distinzione, come ad esempio tra la via della Rinascita e la piazza Tacito.
Va da sé che la differenza storico-simbolica tra i due luoghi urbani è palese: si è visto quanto lungo e dibattuto sia stato il processo di definizione formale e funzionale della piazza a fronte dell'anonima via. In quest'ultimo caso, che ha pur richiesto un confronto (positivo) con alcuni resti delle mura medievali, la realizzazione del parcheggio interrato ha liberato ad un uso pedonale l'intera via, nell'altro ha dimezzato la piazza, metà ad uso carrabile e metà ad uso pedonale, annichilendo l'unità formale e funzionale.
Un luogo simbolico della Terni moderna, che ha visto intelligenze politiche ed intellettuali misurarsi nel corso del tempo per definirlo, è stato inopinatamente sfigurato.
La metà pedonalizzata è uno spazio di risulta che oscilla, a tempi alterni, tra un insignificante e scomodo luogo di sosta per i pedoni e un "attendamento di saraceni".
Meraviglia come tale scempiourbanistico si sia consumato senza che associazioni culturali storicoambientaliste, ordini professionali e opinione pubblica abbiano eccepito alcunché.

La piazza come Foro (una nuova identità)
Forse è opportuna una riflessione collettiva su tale tema ed aprire un dibattito (sì, il dibattito sì) sul che fare.
Queste brevi note conclusive insieme a quelle che le precedono vogliono essere un primo contributo. Un pretesto funzionale, la necessità di reperire autorimesse interrate a beneficio degli abitanti e degli operatori professionali e commerciali della zona, ha suggerito la pedonalizzazione della superficie soprastante: perché non estendere tale destinazione d'uso all'intera piazza? E con un po' più di coraggio raggiungere, a Sud il corso del popolo ed a Nord la stazione ferroviaria, pedonalizzando sia il corso, il viale e gran parte del piazzale della stazione?
Ciò comporterebbe di ripensare, da un lato la mobilità dell'intera area centrale della città e privilegiare i mezzi pubblici all'interno di una consistente rete ciclo-pedonale, dall'altro una possibile nuova identità della piazza, un'ulteriore trasfigurazione. Questa in prima ipotesi può essere definita come un Foro della contemporaneità che partecipa, insieme al sistema delle tre piazze a Sud e alla nuova piazza della stazione a Nord, di una struttura articolata di luoghi urbani, armatura urbana unitaria a scala dell'intera città, come era per le città ellenistico–romane di Palmira e Gerasa.

Valter Tocchi
LaPagina.info n°7 2012
Domenica 16 Settembre 2012

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