L'abbazia, è situata su un luogo che  rappresenta un palinsesto storico dall'età romana ai giorni nostri.
Ad un nucleo pagano si sostituì, tra il IV e VI secolo, uno stanziamento eremitico; in epoca longobarda fu costruito, nei pressi della tomba degli anacoreti Lazzaro e Giovanni, un primitivo cenobio per volere del duca di Spoleto Faroaldo II.
La chiesa subì poi radicali restauri sullo scorcio del X secolo, negli anni di Ottone III ed Enrico II.
Alla fine del XII secolo fu decorata da un vasto ciclo di affreschi tuttora largamente conservati nella navata, mentre nell'abside sono stati sostituiti, alla metà del XV secolo, da una nuova decorazione, forse eseguita secondo lo schema iconografico originario.
Il muro absidale è interamente ricoperto da un grande affresco (muro e dipinti necessitano di un urgente restauro) raffigurante nel catino Cristo Benedicente attorniato da angeli.
Nel registro inferiore, oggi in mediocre stato di conservazione, è rappresentata una teoria di santi. Da sinistra: Marziale, Eleuterio e Lazzaro; al centro Benedetto con ai lati Placido e Mauro; di seguito altri tre santi di cui solo il primo, Giovanni, è identificabile grazie all'iscrizione sottostante.
Tarde compilazioni agiografiche, che ampliano la Passio XII fratrum desunta dai Dialoghi di Gregorio Magno, riconoscono in alcune di queste figure i compagni e successori di Isacco, l'anacoreta giunto a Spoleto ex Siriae partibus negli anni della dominazione gotica e fondatore della prima laura eremitica presso Monte Luco.
L'esempio di Isacco fu nel tempo raccolto da molti discepoli e a questo primo insediamento ne seguirono altri, variamente dislocati nel vasto hinterland appenninico, destinati ben presto ad abbandonare la condizione anacoretica per abbracciare il modello monastico benedettino.
Secondo la tradizione, Marziale fu, insieme ad Egidio e Lorenzo -preteso Vescovo spoletino- tra i diretti eredi di Isacco ed egli stesso abate del monastero di san Giuliano, che divenne il centro verso cui convergevano gli eremi di Monte Luco.
Eleuterio, più volte ricordato da Gregorio Magno, che dichiara di aver appreso da lui le vicende relative ad Isacco, fu forse l'abate fondatore, nel VI secolo, del monastero benedettino di San Marco in Pomeriis a Spoleto.
La vicenda dei monaci Giovanni e Lazzaro è invece desunta da una tarda vita del vescovo Lorenzo, di cui sarebbero stati compagni.
Giunti anch'essi dalla Siria, avrebbero trovato rifugio nella montagna di Ferentillo e sul luogo dei loro romitori Faroaldo avrebbe fatto edificare il monastero. A loro è dedicato l'altare dell'abside sinistra, dove, secondo la tradizione, il sarcofago che compone la mensa custodì le spoglie dei due santi monaci.
Alla leggenda della fondazione dell'abbazia allude anche il vicino affresco della fine del XVI secolo in cui San Pietro appare in sogno a Faroaldo ordinandogli di edificare l'edificio.
Insieme a Lazzaro e Giovanni giunse in Valnerina anche Mauro, padre di San Felice di Narco, sulle cui vestigia sorse alla fine del XII secolo l'omonima chiesa. Le figure dei santi monaci si dispongono anche idealmente attorno a quella centrale di San Benedetto che raccolse l'eredità di queste esperienze eremitiche sottomettendole alla regola da lui stesso promulgata.
L'anonimo frescante dell'abside è stato identificato con un artista dal nome convenzionale di Maestro di Eggi, pittore assai attivo in tutto il territorio spoletino e folignate, per le affinità che l'opera presenta con gli affreschi della chiesa di San Michele Arcangelo a Eggi (Spoleto). Il richiamo ad esperienze figurative dei primi decenni del Quattrocento ha inoltre indotto ad una datazione prossima al 1445. Va a questo proposito ricordato che lo stesso artista realizzò nel 1442 un vasto ciclo di affreschi nella chiesa di San Giuliano di Spoleto in cui sono presenti molti dei santi qui raffigurati.

Carlo Favetti
da LaPagina.info di Aprile 2012

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