Le radici industriali di Terni

Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo: fu con codeste parole che il Pontefice Pio VII, nella notte del 5 Luglio 1809, decise di porre fine all'epoca degli accordi, delle trattative, delle cessioni e delle umiliazioni inflitte dalla Francia giacobina e napoleonica ai successori di Pietro, i quali ritrovarono la propria perduta dignità grazie al rifiuto opposto al ricatto delle alte gerarchie francesi, che, rinnegando il Trattato stipulato nel 1801 con la Curia Romana, ordinarono non solo la violazione dei confini dello Stato della Chiesa, ma perfino quella di Roma e del Palazzo del Quirinale, ove era la residenza del Papa, in modo da costringerlo con la forza ad effettuare formale rinunzia al possesso del proprio potere temporale.
Tale episodio storico da me descritto, tuttavia, fu solamente uno degli ultimi con cui si concluse l'epica battaglia non fra due princìpi secolari, bensì fra l'Europa cristiana e quella rivoluzionaria, la quale mirò la propria nefasta alba nell'ormai lontano 1789.
Da quell'anno, infatti, essa venne combattuta con l'arma delle scomuniche, delle reciproche accuse, dell'attuazione di provvedimenti anticlericali, delle confische di beni e degli scismi, fino a quando, a quasi
tre secoli di distanza dall'epoca di Francesco I Valois e di Carlo V d'Asburgo, le armi degli eserciti nemici si scontrarono e stridettero, per poi provocare la sconfitta di Pio Vi, il quale, ancor prima di subire la
deposizione e la morte in esilio, fu costretto ad accettare le più che umilianti clausole dell'armistizio di Bologna e della Pace di Tolentino.
Tali accordi furono prostranti per il Pontefice poiché egli fu costretto ad inginocchiarsi di fronte al volere d'un governo che, avendo deciso la promulgazione della Costituzione Civile del Clero e la creazione del culto della dea Ragione, fu da lui stesso condannato negli anni precedenti, ma, ancor prima che al disonore, si dovette pensare a come soddisfare i numerosi e gravosi impegni contratti, come la cessione di Avignone, del Contado Venosino e delle legazioni di Bologna, Ferrara e della Romagna, ma soprattutto il pagamento di trentun milioni di lire, una cifra allora esorbitante.
Il primo provvedimento attuato per far fronte a tale esigenza finanziaria fu la requisizione dalle chiese degli ori e degli argenti non indispensabili per le liturgie in modo da essere fusi, alla quale fu soggetta anche la nostra città, ma tale decisione non si rilevò sufficiente per raccogliere l'intera necessaria somma, quindi, nonostante alcune iniziali esitazioni, venne ordinata la creazione di nuove zecche, le quali sorsero a Civitavecchia, a Matelica, a Pergola, a San Severino, ad Ascoli, a Tivoli e a Terni.
Quest'ultimo centro urbano venne scelto principalmente per la presenza in esso di un'importante ferriera, di notevoli miniere e di un rilevante stabilimento per la lavorazione di lastre di rame, ed in esso la sua gestione venne affidata al Marchese Marcello Sciamanna e al Cavalier Paolo Gazzoli, ai quali, oltre che una retribuzione, venne riconosciuto anche il diritto di portare armi e di non dover comparire innanzi a nessun tribunale se non a quello di Monsignor Tesoriere Generale, nonché il possesso di una delle cinque chiavi che, insieme, aprivano un grande cassone ove erano i vari tipi di monete, le quali erano estratte in presenza del prelato sopracitato, del governatore, del gonfaloniere e di un notaio.
Inizialmente vennero coniati solamente Baiocchi semplici, quelli da 2 e mezzo, i due baiocchi, i mezzi baiocchi e i quattrini, ma la concessione sovrana del 29 Luglio 1797 consentì anche la coniazione delle Muraiole da 6 Baiocchi, nelle quali tuttavia l'argento ammontava solamente al tre per cento.
Fu infatti a causa della mancanza di valore intrinseco nelle monete che, al termine del medesimo anno, tale impianto venne chiuso, ma codesta esperienza, nonostante sia inserita in un periodo storico molto travagliato, rimarrà per sempre fondamentale per la nostra patria città, poiché essa testimonia la presenza in essa di secolari tradizioni industriali, nonché quella di un ceto dirigente locale che rese grande Terni, la cui assenza, nella nostra epoca, ha decretato la decadenza di quella che in un glorioso passato fu Interamna Nahars.
Credo infatti che, se Terni volesse superare il momento di grave crisi che tutt'ora sta attraversando, sia innanzi tutto necessario che noi tutti iniziassimo nuovamente a credere nella grandezza della nostra città, investendo sul suo futuro, il nostro futuro, dimostrandoci orgogliosamente suoi figli.
Concludo quindi questo mio articolo con la citazione delle parole di Francesco Angeloni, grande storico vissuto nel sec. XVII. Riscopro che Terni……è fra le più celebri e illustri città d'Italia, per cagione d'antichità, per dignità sua, p'è magistrati, per grandezza e nobiltà delle pubbliche fabbriche, per gli onori ricevuti e p'è grandi e santi uomini prodotti.

Francesco Neri
Scuola Media Leonardo Da Vinci - Classe II Sez. A
La pagina.info n°5 2012

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