Trecentodieci anni fa, nel 1703, la nostra città, colpita per ben 6 mesi (da febbraio a tutto agosto) da continui terremoti, fu semidistrutta.
Anche i palazzi e le case più solide crollarono. Il popolo ternano fuggiva precipitosamente dalle abitazioni riversandosi nelle piazze e nei campi vicini. Allora (come oggi non raramente avviene in casi di simili calamità) molti furono gli episodi di "sciacallaggio"; la nobiltà, l'aristocrazia e i ricchi cittadini (classi dirigenti del tempo) si resero subito conto che "malvagi proletari" (poveri, perciò "malandrini") ne approfittavano per spogliare le case abbandonate trafugando quanto poteva essere loro utile (non solo cibo ma oggetti preziosi etc).
Si sentì il dovere di adottare sollecite misure di sicurezza pubblica. Così fu convocato il Consiglio municipale che deliberà di eleggere, per ogni rione cittadino, due "capi rione", cioè cittadini di provata onestà, con compiti di controllo e vigilanza.

Ma due "capo rioni", per ogni rione di allora, 6 in totale, avrebbero fatto ben poco contro le ruberie se non fosse stato deliberato che anche un drappello di 32 militi armati perlustrassero a gruppi, sia di giorno sia di notte, le vie e le viuzze della città. Il Consiglio municipale e il Magistrato della città pregarono inoltre i signori Castelli di vietare il passaggio ad eventuali fuggiaschi dalla città sul loro ponte la Valle e i podestà di Collestatte e Torreorsina di collocare delle guardie sui loro ponti.
Quanto sopra fu fatto per la sicurezza pubblica. Ma i terremoti continuavano a mietere tante vittime e a far crollare le abitazioni. Cosa fare per scongiurare tale flagello naturale?

Ancora nel 1700 rovinosi fenomeni naturali venivano considerati come punizioni di Dio per i peccati dell'umanità, in questo caso dei ternani; pertanto le uniche "medicine" potevano essere le preghiere a Dio e ai Santi protettori: prima a San Francesco Borgia la cui festività si celebrava annualmente nella chiesa di Santa Lucia dai padri gesuiti con l'offerta di ben 6 libbre di cera lavorata. Inoltre a San Valentino, con invito a tutta la popolazione di fare la comunione, la processione unitamente al clero, al Magistrato ed al monsignor Governatore.

Purtroppo "Ia luttuosa calamità" dei terremoti continuava nonostante le onoranze religiose ai suddetti prestigiosi Santi che non sortivano l'effetto agognato; così il "devoto" Municipio decise di rivolgersi a Maria Vergine Assunta nella sua festività, la cui immagine veniva venerata presso la Chiesa del convento delle Grazie. Il "Patrio Comizio" era memore che le preghiere rivolte a S.S.Maria Assunta, nel passato storico in cui la città era stata afflitta dalla peste (in quei tempi non si conosceva l'eziologia della peste, scoperta solo nel 1894 da Jersin a Hong Kong, provocata nell'uomo da pulci del topo norvegicus marrone e dal topo rattus nero) avevano ottenuto, secondo la convinzione popolare del tempo, un effetto positivo.

Così il popolo ternano, i consoli delle Arti, il Magistrato della città, a piedi si recarono in processione alla chiesa delle Grazie per assistere ad una Messa solenne. Ma i terremoti non cessarono fino a tutto agosto tantoché, gravemente danneggiato e crollato il medesimo palazzo comunale, le riunioni dell'allora consiglio comunale del 22 aprile, del 25 maggio e del 4 agosto, si dovettero tenere all'aperto nel piazzale dell'antica casa Mazzitelli, nel rione Castello. In data 13 maggio, il Consiglio municipale aveva deliberato di costruire una "residenza di legno" per il Monsignor Governatore; ovviamente solo per quest'ultimo. Per molti decenni successivi gli sforzi della comunità locale furono rivolti alla difficile e costosa ricostruzione dai gravi danni del terremoto. Solo un anno prima, nel 1702, il Comune aveva registrato un bilancio considerevolmente positivo (cosa rara) tanto da istituire un Monte frumentario "a sollievo dei poveri e delle classi agricole."

La ricostruzione dal terremoto dovette costare molto alle classi lavoratrici e ai ceti popolari ed artigiani perché era in uso, fin dai tempi antichi, ricostruire i palazzi pubblici della città non solo con l'imposizione di nuove tasse e gabelle, ma anche con l'obbligo per gli abitanti di certe zone di rifornire legname, calce e manodopera gratis et amore dei. Questo sistema angariava ancora più le classi lavoratrici, ma i documenti storici di quel periodo non fanno menzione comunque di "appaltatori", artigiani senza scrupoli che ridevano contenti di fronte ai lauti profitti che avrebbero potuto ricavare attivando la ricostruzione. Come è avvenuto nel caso del terremoto de L'Aquila. Ma non possiamo esserne certi visto che le intercettazioni telefoniche sono una "invenzione" della società contemporanea.
Bruna Antonelli
Corriere dell'Umbria Lunedì 24 Giugno 2013

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