Mario Ridolfi e la città di Terni

Autorevoli critici e storici dell'architettura identificano Terni in la città di Mario Ridolfi, in analogia a esempi storici esaltanti come la Vicenza del Palladio .
Ovviamente si tratta di lodevoli suggestioni che, pur cogliendo l'eccezionale qualità delle opere realizzate da Ridolfi e Frankl e la grande influenza da loro esercitata sul linguaggio architettonico cittadino, trascurano la diversità delle fasi storiche delle due città che, nel caso vicentino, riguardavano le metamorfosi cinquecentesche dentro le mura e, nel caso di Terni, la trasformazione moderna di un organismo urbano destinato a moltiplicarsi, in una forma inedita, nel territorio.
Nel recente dibattito cittadino l'architetto Francesco Andreani, attuale assessore all'urbanistica, ha sollevato il dubbio se la città possa essere considerata "di qualcuno", data la sua moderna complessità e la eterogeneità dei suoi processi di formazione e sviluppo.
Non si tratta di un'osservazione contro Ridolfi, che Andreani, anche studioso dell'architettura, ammira profondamente, tanto da promuovere con ostinazione la realizzazione postuma del suo progetto del nuovo palazzo degli uffici comunali accanto al sangallesco Palazzo Spada, da lui considerato un "dono" per la città.
È un dubbio sincero mosso dal complesso onere di "curare" lo sviluppo della città in questa fase molto difficile di crisi del suo modello economico-sociale, aggravata dalle difficoltà del settore edilizio e dalla scarsità delle risorse pubbliche disponibili.
Le semplificazioni con lo sguardo rivolto al passato, come l'attribuzione della città contemporanea a un autore, certamente non aiutano a comprendere i complessi temi attuali.
Ma valutare il ruolo degli "autori", quando ci sono, e il complesso rapporto tra la loro opera e la città, aiuta a fronteggiare un altro aspetto dell'attualità: la tendenza dei media e a volte della stessa politica a unificare in un giudizio negativo la dimensione urbana contemporanea, qualunque essa sia, e in nome di questo a stimolare una sovraesposizione del ruolo della politica come rimedio all'inefficacia della cultura urbanistica e architettonica.
Nel governo delle trasformazioni urbane la politica ha un ruolo istituzionalmente determinante, ma la formazione tecnica delle scelte dovrebbe potersi realizzare in modo indipendente e, se si vuole, in dialettica con le scelte di tipo amministrativo.
La città di Terni deve all'opera di Mario Ridolfi e a Wolfgang Franki se questa dialettica, pur nella sua complessità, ha potuto realizzarsi in modo positivo, favorita dal rispetto dei governanti per la loro opera e dallo stimolo che il loro insegnamento ha esercitato sui tecnici chiamati a misurarsi con i temi della città.
In occasione del centenario della nascita del grande architetto è stata organizzata, a Terni, una mostra, con il titolo "La città di Mario Ridolfi", nella quale la sua opera e la sua impostazione disciplinare dell'architettura e dell'urbanistica sono state contestualizzate nelle dinamiche storiche, economiche, sociali e culturali della città, alle quali non sono estranee. Dopo un primo importante approccio con Terni, negli anni Trenta, con la realizzazione della fontana di piazza Tacito, un monumento della storia industriale della città legata all'energia dell'acqua che, con la sua caduta, genera l'energia e l'acciaio, e la partecipazione al concorso nazionale per il piano regolatore, il rapporto simbiotico con la città inizia nell'immediato dopoguerra con la ricostruzione e si sviluppa, in modo pieno, fino alla fine degli anni Sessanta, con il nuovo piano regolatore, i più importanti piani attuativi e la realizzazione di un notevole insieme di opere che ha definito un vero e proprio linguaggio architettonico urbano.
La città viene affidata alla cura di questo architetto, già molto importante a livello nazionale, e al suo prezioso collaboratore, Wolfgang Franki, per realizzare il progetto della modernizzazione del suo tessuto urbano, frutto di una cultura profondamente radicata nella sua natura industriale.
Durante il periodo fascista i tanti progetti di trasformazione del centro storico avevano prodotto scarsissimi risultati; la ricostruzione è diventata "l'opportunità" per realizzare un disegno di trasformazione del centro antico, perseguito con i vari piani regolatori fin dalla fine dell'Ottocento.
Ridolfi, interpretando questa tensione trasformatrice della comunità locale, ha potuto e voluto ridefinire interamente l'assetto del centro storico, profondamente stravolto dai bombardamenti e dalla guerra.
Nel piano afferma l'idea di un rapporto competitivo con la storia, attraverso la sovrapposizione a quello antico di un tessuto moderno equivalente e strategicamente importante.
L'effetto degli interventi della ricostruzione non è quello, riscontrabile in molti centri storici italiani, di lacerazioni parziali dell'impianto morfologico storico e, purtroppo nella gran parte dei casi, di scadente qualità. Il risultato della ricostruzione è invece un centro storico dove l'impianto moderno e quello antico si giustappongono integrandosi, anche grazie alle brillanti soluzioni morfologiche che, negli sventramenti più importanti, come via Primo Maggio e Corso del Popolo, hanno evitato la banalizzazione delle strade corridoio e hanno stabilito legami e analogie formali con il tessuto e l'edilizia storica.

Nel primo caso, vale a dire lo snodo urbano che connette il palazzo Chitarrini e il largo villa Glori con il campanile di S. Francesco e lega i nuovi assi alla morfologia storica della Strada delle Carrozze, due architetture dello stesso Ridolfi, il palazzo Chitarrini del 1949 e la successiva scuola Leonardo da Vinci, con i richiami ai materiali storici della città e l'uso della struttura di cemento armato fatta vibrare nelle sue funzioni strutturali e formali, sono il manifesto di un nuovo linguaggio dell'architettura e della sua forza di dare senso a intere parti della città, se non addirittura alla città stessa.
Analoga sintesi fra architettura e progetto urbano viene realizzata nel nuovo Corso del Popolo, con la progettazione delle due coppie di edifici delle imprese Franconi e Pallotta e più tardi con il palazzo Montani e, si spera nel prossimo futuro, con la conclusione della Piazza Ridolfi con "l'uovo o il bidone", come lui definiva il palazzo a pianta ellissoidale accanto al palazzo Spada.
Il progetto del nuovo Corso, fatto pulsare con il movimento dei volumi edificati lungo il fronte dell'asse e anche in altezza, propone un richiamo alla formazione storica delle strade antiche, nelle quali la sedimentazione delle trasformazioni ha prodotto morfologie complesse, come nell'adiacente e parallela via Roma, antico cardo della città.

Anche in questo caso il rapporto con la storia è tra pari e non si accetta l'idea di un accostamento estraniante, come nelle primitive soluzioni della strada corridoio impostate durante il fascismo e adottate dallo stesso Ridolfi nella prima versione del piano di ricostruzione del 1945, la cui impostazione risentiva dell'esperienza del regime e in modo particolare della teoria del diradamento di Giovannoni e di quella della riprogettazione urbana di Piacentini.
L'evoluzione del Piano di Ricostruzione, nella forma, nel disegno e nei contenuti, fino alla variante del 1957, oltre a testimoniare il superamento di quella impostazione, descrive l'evoluzione della cultura urbanistica di Ridolfi e Frankl verso un approdo originale e unico.
La consapevolezza di rifondare il centro della città attraverso i propri piani e le proprie opere ha indotto Ridolfi ad attribuire a ogni episodio un carattere esemplare, sia nelle soluzioni formali e morfologiche che nelle stesse scelte tipologiche, complesse e singolari, per ogni edificio e negli stessi elementi che connettono gli alloggi con lo spazio pubblico, come gli androni e le scale, alle quali è affidato il compito di richiamare, in modo sofisticato, l'ancoraggio dei nuovi materiali alla ricchezza formale dell'architettura storica.
Nel brano urbano adiacente alla chiesa di San Pietro, lungo il vecchio corso della città e antico cardo, e nei palazzi Briganti e Staderini, lo stesso rapporto tra forma urbana e architettura offre una dimostrazione sapiente dell'equilibrio possibile tra il nuovo e l'antico laddove si è deciso di far prevalere la forma storica del tessuto urbano. Dagli anni Settanta ha cominciato ad affermarsi una cultura diversa rispetto alla conservazione delle parti storiche e alcune scelte di trasformazione radicale sono state corrette, come nei quartieri Clai, Fabri e nella via Angeloni; altre scelte discutibili, come le quinte edificate lungo il Nera, sono state riformate dallo stesso Frankl, come nel caso del nuovo Piano di Corso del Popolo.
Anche i cambiamenti relativi ai criteri di recupero delle parti storiche, come nel quartiere Duomo, hanno fatto prevalere un approccio più conservativo rispetto alla tensione innovativa dei piani di Ridolfi e Frankl.
Ma il risultato di questo lungo lavoro, ormai completato con il recupero delle parti antiche, ha restituito alla città un organismo storico complesso, frutto di una articolata sintesi tra storico e moderno, resa sofisticata dall'eccezionale impronta progettuale di Mario Ridolfi, che per questo e per l'influenza esercitata sui progettisti della città può essere equiparato all'esempio citato all'inizio.
Le sue opere sono diventate un manuale a cielo aperto a cui gli architetti ternani hanno attinto, per la qualità delle soluzioni costruttive, per l'uso dei materiali e per le svariate finezze architettoniche che sono state diffuse nella città, creando un interessante caso di omogeneità formale a scala urbana.
Ridolfi e Frankl sono anche gli autori del Piano Regolatore degli anni Sessanta, finalmente esteso a tutto il territorio comunale, che riflette nella sua impostazione, assorbendone tutta l'energia trasformatrice, la cultura industriale del territorio.

La città, il centro antico, il paesaggio, i corsi d'acqua e infine le stesse attività e infrastrutture industriali, attraverso la loro dismissione, potevano essere trasformati per raggiungere gli obiettivi di produzione e di funzionalità. Il sistema dei viali, ideato dallo stesso Ridolfi negli anni Trenta, e sviluppato nel nuovo Piano Regolatore, delimitava, strutturandola, un'ampia corona intorno al centro storico caratterizzata da un'edilizia molto intensiva, con la torre come tipologia prevalente, sostituendo gran parte del costruito moderno. Oggi appare discutibile una scelta di trasformazione così radicale, peraltro realizzata solo in parte, ma si trattava dell'intuizione morfologica di un centro urbano compatto e denso per una città inserita in un territorio limitato nella dimensione e avvolto da un variegato sistema di monti e colline.

Nel piano di Ridolfi e Frankl c'è l'idea di un organismo urbano fortemente delineato, caratterizzato dal legame con la morfologia del territorio e basato su una forte idea innovativa e ottimistica di crescita.
Con i successivi nuovi piani sono state conservate le testimonianze materiali della storia industriale e urbana, come le fabbriche dismesse della Siri, della Bosco e del lanificio Gruber oppure i borghi operai e gli stessi quartieri novecenteschi di Città Giardino o Battisti, tutti destinati ad essere sostituiti dalla nuova idea di città compatta e verticale. Il rapporto fra urbanistica e architettura è sicuramente la più interessante chiave di lettura della loro opera a Terni.
Gli interventi a carattere urbano realizzati da Ridolfi e Frankl all'esterno del centro storico sono solo tre, ma di un eccezionale interesse per la tensione verso la costruzione di uno spazio urbano ricco e non banalizzato dalla sequenza indistinta di tipi uguali: l'intervento Fontana, lungo il decumano della città ottocentesca, è esteso a un grande isolato urbano, che oltre a diventare il fronte continuo delle strade definisce in modo unitario l'angolo nord-ovest della piazza Valnerina; le case di Villaggio Italia dove, anticipando la ricerca sui quartieri popolari sviluppata in Italia nei primi decenni del secondo dopoguerra, viene sperimentata una tipologia di edifici caratterizzata da una forte elasticità nella sua potenzialità aggregativa; il condominio di Piazza Fermi, la casa dei 44 appartamenti, dove l'articolazione espressionista della pianta e dei prospetti esalta la ricerca di una forte proiezione dell'edificio nello spazio urbano attraverso la sua imponenza.

Nelle sue opere Ridolfi riesce sempre a interpretare e a esprimere pienamente il paradigma ascendente dell'architettura: dal luogo e dall'oggetto ai significati generali della città.
Anche nella sua urbanistica dei 500 metri vi è la ricerca di una dimensione progettuale condivisa tra urbanistica e architettura.
Si tratta di un caso anomalo nel panorama nazionale, dove è prevalsa la distanza tra architettura e urbanistica e la difficoltà a conciliarne la visione della città. Il paradigma dell'urbanistica è diventato sempre più discendente, dal generale al particolare, dall'insieme al dettaglio, e funzionale a comprendere e dominare gli esiti della lunga e travolgente crescita. Ma nel momento in cui anche l'urbanistica deve invertire il suo paradigma, a seguito del blocco della crescita, e sarà l'intervento sulle parti di città a definire le caratteristiche e la qualità dello sviluppo territoriale, il rapporto tra quelle che sono diventate due discipline separate potrà evolvere in una nuova sintesi.

Nell'esperienza ternana la teorizzazione di Ridolfi e Frankl sull'urbanistica dei 500 metri, come dimensione progettuale condivisa, è evoluta nell'urbanistica delle parti di città, fondata sugli aspetti tecnici in stretta relazione con quelli gestionali. Nel lavoro per il miglioramento e la rigenerazione della città esistente questa impostazione, ancora attuale, può essere finalizzata a nuovi obiettivi, come ad esempio il superamento del concetto stesso di periferia, intesa come luogo di minore qualità urbana.
La frammentazione della città moderna è il riflesso materiale delle vicende di una comunità nella quale convivono sia la tensione verso l'interesse generale che la logica speculativa.
Ma gli esiti urbani di questa tensione non sono gli stessi ovunque e le differenze possono trasformarsi in nuove opportunità.
Un'analisi del significato attuale delle centralità urbane e della loro distribuzione nella città realizzata consentirebbe di riconsiderarne le diverse parti nell'ottica di una qualità urbana diffusa, come era negli obiettivi di Ridolfi e Frankl.
Dopo oltre trenta anni dalla morte del primo e venti del secondo la città ancora si confronta operativamente con la realizzazione dei loro progetti e piani.
Per realizzare il completamento del Corso del Popolo, un intervento di notevole complessità, sia economica che operativa, è stato sperimentato il project financing, applicato, forse per la prima volta, a una parte di città piuttosto che a una singola opera pubblica.
Il rapporto tra la città storica e il fiume è l'obiettivo di un progetto urbano che, oltre al ponte pedonale e ciclabile sul fiume, al grande sottovia veicolare, ai 1036 parcheggi pubblici interrati su tré livelli e a un nuovo palazzo degli uffici comunali, comprende il completamento del fronte di Corso del Popolo e il nuovo margine edificato verso il fiume per il quale Frankl, molto indeciso sulla scelta, accolse la suggestione del crescent come idea di integrazione della periferia e del nuovo percorso fluviale, trasformato in un grande parco di rilievo urbano.
Si sta lavorando alla realizzazione del "bidone", come lo definiva Ridolfi che si era ispirato all'urna funeraria Cista Figoroni per la sua forma curvilinea, che nel progetto è stata frantumata dal complesso gioco degli avanzamenti e arretramenti delle superfici murarie e delle rastremazioni verso l'alto. Ridolfi imposta la soluzione del nuovo edificio accanto a Palazzo Spada, incastonando la torre di servizio nei palazzi storici retrostanti e avanzando sul fronte della strada con un edificio ellittico, più alto del palazzo antico e caratterizzato da una complessa articolazione volumetrica, sfalsata nei diversi piani.

È un riflesso della ricerca per la soluzione fortemente espressionista e anticipatrice di molta architettura contemporanea del Motel dell'AGIP a Fiano Romano, che non fu mai realizzato.
Gli esecutivi furono coordinati dopo la sua morte da Frankl, che elaborò anche il progetto e curò l'attuazione del recupero degli edifici retrostanti, che includono anche uno stralcio della torre dei servizi.
La Soprintendenza ha prima approvato il progetto per poi bocciarlo quando erano stati fatti tutti gli esecutivi. Un atteggiamento contraddittorio, sbloccato dopo molto tempo dal Comune di Terni solo attraverso un ricorso amministrativo, ma che ha impedito, per un lungo periodo, la realizzazione del nuovo palazzo e ha costretto il Comune di Terni a realizzare soluzioni alternative per i propri uffici. Per realizzare questo progetto, considerato, come si diceva, un "dono per la città", è necessario ricercare forme e modalità molto innovative.

Passaggi Domenica 10 Gennaio 2016

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